Gala des étoiles: nuove leve e ospiti internazionali alla Scala

Alessia Guadalupi - 30.04.2011 testo grande testo normale

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Tags: Gala des étoiles, teatro alla scala

E’ andato in scena in due serate, il 27 e 29 aprile, l’atteso Gala des étoiles al Teatro alla Scala.

E’ andato in scena in due serate, il 27 e 29 aprile, l’atteso Gala des étoiles al Teatro alla Scala.
E’ subito da dire, per dovere di cronaca, che in verità la scelta di intitolare questa serata “Gala des étoiles” è stata da molti criticata per la scarsità (numerica e non qualitativa) nel programma di vere stelle internazionali degne di questo titolo. Oltre alle due étoiles maschili della Scala, Roberto Bolle e Massimo Murru, danzavano infatti come ospiti Olesia Novikova e Leonid Sarafanov del Kirov-Marinskij di Sanpietroburgo, Agnès Letestu e Hervé Moreau dell’Opéra di Parigi, Hélène Bouchet dall’Hamburg Ballet, Friedemann Vogel dallo Stuttgart Ballet. Gli altri performers della serata erano tutti danzatori scaligeri più o meno giovani: Gilda Gelati, Marta Romagna, Gabriele Corrado, Mick Zeni, Antonino Sutera, Eris Nezha, Alessandra Vassallo, Federico Fresi, Antonella Albano, Claudio Coviello.
Ha creato scalpore anche l’annunciata e poi ritirata partecipazione dell’étoile internazionale Sylvie Guillem, forse l’unica vera diva del balletto oggi ancora in attività.
La serata in ogni caso si è aperta ottimamente, con un vero e proprio capolavoro: Chant du compagnon errant di Maurice Béjart, con Roberto Bolle e Massimo Murru. Si tratta di un pezzo pieno di intensità e malinconia, una lamentazione danzata sui famosi Lieder giovanili di Mahler. Creata per il Ballet du XX° Siècle nel 1971, la coreografia è eseguita da due interpreti maschili in semplici tute colorate, incarnazioni dell’uomo e del suo animo, o di due diverse disposizioni dell’animo stesso: l’una malinconica e umbratile, l’altra energica e vibrante. Non un “semplice” passo a due maschile quindi, né un pezzo velato di (inesistenti) allusioni omosessuali, ma un’opera riflessiva e interiorizzata. Eseguito alla prima da Rudolf Nureyev e Paolo Bortoluzzi, rimasti nell’immaginario collettivo i “rappresentanti” di questa coreografia, il pezzo ha trovato in Bolle e Murru due interpreti assolutamente ideali, entrambi a loro agio e perfettamente complementari nei ruoli. Un momento di alta arte, con danza di altissima qualità.
Seguiva Le Spectre de la rose, cameo del 1911 di Michail Fokin, nel quale Antonella Albano e Claudio Coviello hanno molto ben figurato: bella danza e bella interpretazione, lieve ma sicura quella di Albano, ispirata e virtuosa quella di Coviello, dal port de bras impeccabile.
Un po’ di delusione invece per il pas de deux Diana e Atteone, di Agrippina Vaganova su musica di Riccardo Drigo e Cesare Pugni, un piccolo gioiello di “divertissement” che si sceglie troppo spesso di presentare epurato dalla presenza delle ninfe accompagnatrici di Diana, e che sarebbe invece corretto eseguire nella sua completezza. La danza di Alessandra Vassallo è apparsa incerta e senza il necessario smalto; i virtuosismi di Federico Fresi, pur acclamati dal pubblico, non sono bastati a dare al pas de deux la godibilità necessaria.
Il bravissimo Friedemann Vogel, dello Stuttgart Ballet, ha invece portato un pezzo moderno, Mopey, del coreografo Marco Goecke su musica di Carl Philip Emanuel Bach; un ballerino a torso nudo e pantaloni neri esegue movimenti scomposti, ora ridicoli ora disarmonici ora violenti, uscendo ed entrando più volte dalla scena; danza pura che si scopre sorprendentemente sovrapponibile alla musica barocca, trasfigurandola con la nevrosi moderna.
Gilda Gelati e Eris Nehza hanno letteralmente emozionato nel pas de deux della camera da letto di Manon, compito non facile quando si presenta in un gala un passo a due di un balletto drammatico svincolato dal suo contesto narrativo. Il pas de deux di Cenerentola con la coreografia di Rudolf Nureyev, danzato da Agnes Letestu e Herve Moreau, e il passo a due finale di Onegin con Emanuela Montanari e Massimo Murru apparivano poco convincenti proprio per questo motivo, essendo così slegati dal contesto dei rispettivi balletti di appartenenza. Viene purtroppo spontaneo pensare che la scelta di eseguire quest’ultimo, così come il passo a due, pur bello, tratto da L’altro Casanova con Marta Romagna e Gabriele Corrado, sia dovuta a uno scarso impegno dal punto di vista della progettazione della serata, dato che erano tratti da due balletti danzati in questa stessa stagione dagli stessi interpreti.
La coppia Novikova-Sarafanov ha elettrizzato la platea con Ciaikovski pas de deux di George Balanchine, danzato in maniera impeccabile da entrambi, con grazia, eleganza e virtuosismo: vera cartina di tornasole della serata, tanto che uno spettatore dalla voce stentorea non si è trattenuto dal gridare, alla fine dell’esecuzione: “queste sono le étoiles!”
L’ultimo pezzo, Orpheus, era una creazione di John Neumeier per Roberto Bolle, che qui lo ha ballato per la prima volta, con Hélène Bouchet. Soggetto, come da titolo, la vicenda di Orfeo che perde per sempre l’amata Euridice non essendo riuscito a trattenersi dal guardarla. Purtroppo la coreografia, con scene e costumi minimalisti, non è sembrata efficace nel descrivere una vicenda mitologica che pure offrirebbe vari spunti alla danza.

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