Il Lago dei cigni di Nureyev torna alla Scala

Alessia Guadalupi - 06.01.2011 testo grande testo normale

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Tags: lago dei cigni, teatro alla scala, rudolf nureyev, francesca podini

Il Teatro alla Scala ha rimesso in scena il Lago dei cigni cupo, introspettivo, pessimistico creato da Rudolf Nureyev negli anni Ottanta per l’Opéra di Parigi e in repertorio al Piermarini dalla stagione 1989-90.

Il Teatro alla Scala ha rimesso in scena il Lago dei cigni cupo, introspettivo, pessimistico creato da Rudolf Nureyev negli anni Ottanta per l’Opéra di Parigi e in repertorio al Piermarini dalla stagione 1989-90.

Del Lago di Nureyev si è detto molto e la critica non sempre è stata positiva. Creato in un momento difficile della sua vita (mentre, alla direzione del Balletto dell’Opéra di Parigi, soffriva per la polemica con i ballerini che si rifiutavano di danzarlo, e mentre giungevano le prime avvisaglie della malattia che nel 1993 l’avrebbe portato alla tomba), il balletto è pervaso per tutta la sua durata, anche nei momenti più leggeri come le danze d’insieme del primo atto o quelle folcloristiche del terzo, di un senso della tragedia imminente e dell’ineluttabilità della sconfitta che è già presente fin dal primo aprirsi del sipario.
In quel momento è concentrata l’essenza drammaturgica di tutto il balletto: la scena è spoglia, la musica è ancora quella dell’ouverture: il décor, a firma di Ezio Frigerio, è dominato da un’architettura incombente, quasi opprimente, con quinte che si chiudono sull’esterno e ne lasciano intravedere solo spiragli. Il principe Siegfried è assopito su una poltrona; sullo sfondo appare Rothbart che cattura Odette e la “fa sua”, movimento scenico che sarà ripetuto tal quale alla fine del balletto, quando Siegfried sarà definitivamente sconfitto dal male. Alle danze gioiose e ripetitive del primo atto il principe, sempre seguito dal controcanto del precettore-mago, è estraneo: egli non si ritrova nella spensieratezza dei suoi coetanei, a lui si addice piuttosto la malinconica variazione che conclude il prologo. La figura di Rothbart ha la sua apoteosi, con tanto di variazione personale, nel terzo atto: il mago e Odile sono quasi la stessa persona, il cigno nero non è altro che lo schermo del maligno. È così che Rothbart può permettersi di intervenire attivamente nel pas de deux, senza limitarsi a guidare Odile da lontano. Il terzo atto non è che la prosecuzione del trionfo di Rothbart: a nulla varrà il disperato tentativo di Siegfried di salvare il cigno bianco, la parte buona di se stesso, dalla perdizione.

Il lavoro di Nureyev ha pregi e difetti: se da una parte è certamente intelligente la volontà di approfondire la tensione drammaturgica, superando la semplice favola dell’amore incantato e facendo emergere i significati nascosti, dall’altra forse questo Lago risente un po’ troppo della visione personale del grande ballerino, come di una certa esagerazione coreografica (le variazioni aggiunte di Siegfried nel secondo atto e di Rothbart nel terzo appaiono eccessive e non funzionali alla storia, così come le ridondanze mimiche che rischiano di appesantire l’azione).

Le prime recite di questa produzione hanno offerto l’occasione di ammirare una coppia di stelle ospiti, Alina Somova e Leonid Sarafanov del Kirov di Sanpietroburgo, con la direzione di Daniel Baremboim. Nella serata del 4 gennaio i ruoli principali erano invece sostenuti da Francesca Podini e Gabriele Corrado, due dei giovani danzatori sui quali la Scala sta puntando. Corrado, tecnica potente e buona presenza scenica, ha ben figurato anche se il suo Siegfried necessita di un pizzico in più di maturità interpretativa. La Podini ha linee flessuose e allungatissime, molto adatte al ruolo di Odette; tuttavia è apparsa forse più a suo agio come Odile, danzando con energia accanto al Rothbart applauditissimo di Massimo Garon.

Foto Brescia-Amisano, Archivio Teatro alla Scala

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