Audaci accostamenti per una cultura totale: al Teatro Dal Verme con La Milanesiana

Maddalena Peluso - 15.07.2008 testo grande testo normale

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Tags: La Milanesiana, Elisabetta Sgarbi, Antonio Rezza, Enrico Ghezzi

Non era certamente l'appuntamento più importante ma senza dubbio sarà il più discusso della nona edizione de "La Milanesiana", il festival dei festival, dedicato alla cultura internazionale, dal 27 giugno al 12 luglio in sedi varie con ospiti vari...

Giovedì 10 luglio 2008, nella bella cornice del Teatro dal Verme di Milano, nell'ambito della nona edizione de "La Milanesiana" enrico ghezzi (il minuscolo è voluto) avrebbe voluto dire tante cose, spiegare per ore la grandezza e la genialità degli spezzoni cinematografici che sarebbero stati mostrati. Ma i tempi non gliel'hanno permesso e i due registi ospitati, il brasiliano Julio Bressane, per anni vittima di ostracismo e ora premiato nei festival di tutto il mondo, e il provocatorio Antonio Rezza, ancora vittima di ostracismo nonostante i molti riconoscimenti (entrambi spesso presenti al festival di Torino), si sono rimessi al giudizio del pubblico.
Enrico ghezzi, che di ostracismo ne sa qualcosa, ha speso poche, ma splendide parole per la loro arte, citando Yasujiro Ozu e la necessità e la pericolosità di mettersi dietro la macchina da presa per esternare se stessi.
"Un regista – spiega Bressane, citando Astruc - deve essere pittore, romanziere, musicista, e poi essere cineasta". Certo è che la sua vasta filmografia appare come un affresco della cultura brasiliana intesa prima di tutto come storia, lingua e musica, e poi cinemanzia, arte magica di comprensione e captazione della luce e dell'illusione del movimento.
E' soprattutto con São Jerônimo (San Girolamo, 1998), la sua opera più 'filologica', traduzione nella cinemanzia, sintesi interdisciplinare: qui il deserto è 'spazio traduttore' in cui si muove il più importante e sconosciuto intellettuale dell'Occidente, traduttore in latino della Bibbia a partire non dal testo greco ma direttamente da quello ebraico.
Bressane, raccogliendo la lezione ieratica del teatro antico e dilatando lo spazio-tempo in veri e propri 'tableau vivants' ispirati ai grandi quadri del passato, raccoglie e articola con originalità la lezione di Bresson, un cineasta per molti versi lontanissimo da lui, di 'traduzione dell'intraducibile', realizzando, come Godard, un cinema "che incita all'azione del pensiero".
Il pubblico applaude dopo una visione pervasa da intensa poesia, ma è interdetto. Alla Milanesiana però non si può non applaudire.
Qualche elegante e impegnata signora non cela il suo disappunto quando sulla scena si presenta Antonio Rezza con una sintesi coerente di "Ipotesi di un film su Cristo Morto" la sua ultima fatica prodotta con Flavia Mastrella.
Mentre la macchina da presa impazzisce e una dubbia umanità si dibatte in bianco e nero, ricordando un pò i grotteschi film dei siciliani Ciprì e Maresco, protagonisti dell'ultima retrospettiva del MilanoFilmFestival, c'è chi urla "tutto ma non la blasfemia", ignorando probabilmente il tutto a cui è pronto Antonio Rezza, chi sbuffa, chi si copre gli occhi per l'orrore, chi sorride compiaciuto. Cristo urla perché non è controllabile: "non riconosco la parola di Cristo - spiega lo stesso regista – come non riconosco la mia”.
Nel finale provvisorio è la stessa Madonna a inchiodare il figlio di Dio alla croce che lui stesso si è costruito. Dov’è la blasfemia? Nessuno come Rezza e Flavia Mastrella riesce a caricare, o "caricaturare", talmente i simboli per spiegare ironicamente il pensiero.
E a chi vorrebbe vederci rimandi all’opera di Pasolini, di Godard, degli stessi Ciprì e Maresco, o riferimenti ad Artaud e al suo teatro della crudeltà e a Carmelo Bene, Rezza risponde deludendo: "Non leggo e non vado al cinema. Voglio dimostrare che la creatività può nascere dall’aridità culturale". Un’aridità a cui proprio La Milanesiana ha dichiarato guerra, proponendosi come il festival Expo. Ad Elisabetta Sgarbi, ideatrice del festival, va il merito di aver organizzato una rassegna eterogenea, con accostamenti audaci e non sempre apprezzati dal pubblico, spesso bigotto, anche quando veste metallaro, con oltre 120 ospiti internazionali in scena (7 Premi Nobel, 2 Premi Pulitzer, 1 Premio Abel, 1 Premio Cervantes) e 17 proiezioni cinematografiche.
Un programma mastodontico, promosso da Provincia e Comune, con la collaborazione della Regione Lombardia, organizzato dalla Fondazione I Pomeriggi Musicali/Teatro Dal Verme, dal tema conduttore “I quattro elementi – fuoco aria terra acqua”.
A concludere la serata al Teatro Dal Verme, specificando “non so di cosa si occupano gli ospiti che mi hanno preceduto, ma io mi occupo di arie” è stato un serissimo Elio delle Storie Tese (autore tra l’altro della prefazione al libro di Rezza "Credo in un solo oblio" edito dalla Bompiani, di cui la Sgarbi è direttore editoriale e vincitore del premio "Feronia - Città di Fiano") nella veste di uomo milanese del ‘700 (morto), accompagnato dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali in famose arie di Mozart e Rossini. Spiace dirlo, ma passerà alla storia per aver sbagliato una famosa aria dal Don Giovanni di Mozart.

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