Carmelo Rifici mette in luce il Buio

Silvia Pizzi - 13.11.2010 testo grande testo normale

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Tags: carmelo rifici, il buio, tieffe menotti, sonia antinori

Dove non c'è nulla, dove non si vede niente, allora tutto può essere.

- E' la mia vita
- Sì, solo che ci sarei attaccata anch'io
- Puoi staccarti quando vuoi
- Non voglio


Che cos'è il buio? Comunemente, ciò che non è conosciuto, ciò che non è visibile agli occhi. Qualcosa che inquieta, spaventa, atterrisce, ma anche capace di attrarre, per la sua attitudine a nascondere le cose. Ognuno lo vede un po' come vuole. Quel che è certo è che esso è forse la condizione che meglio si presta ad un processo di creazione: dove non c'è nulla, o meglio, dove non si vede niente, allora tutto può essere.

Lo spettacolo di Carmelo Rifici, in scena al Teatro Tieffe Menotti fino al 17 novembre, nasce dalla necessità di esplorare Il Buio, passarci attraverso, starci a lungo in ammollo, tramite un processo durato anni di laboratori, improvvisazioni, prove, esplorazioni, durante le quali il regista ha concesso totale libertà, d'azione e di parola, per ottenere un risultato “semplice e complicatissimo: abolire qualsiasi filtro tra gli attori e i loro personaggi”. Un processo che, dopo due lunghi anni, gli ha permesso di identificare questo buio metaforico con qualcosa di concreto: la malattia, intesa come incapacità di guarire, ma anche di lasciarsi curare e di riuscire a sanare.

In una scena semi-vuota, in cui solo un divano rosso, una credenza ed un lampadario entrano ed escono, a creare ambientazioni domestiche quasi identiche fra loro, una sorta di “spazio di servizio” accoglie tre storie diverse, tenute insieme da una cornice comune che è quella delle tragedie collettive della storia recente (come la morte di Ilaria Alpi, la guerra a Sarajevo, la dittatura rumena), che irrompono attraverso lo schermo della tv e fanno da sfondo alle tragedie dei singoli: un giovane militare che rientra da una missione in Somalia e non riesce a riprendere in mano le redini – il senso – della propria esistenza, ospite di una sorella che, assorbita dai propri fallimenti, non riesce ad aiutarlo. Un autore teatrale malato di leucemia che decide di non farsi curare e rifiuta l'aiuto della propria compagna. Una donna bosniaca che ha perso la vista e il proprio bambino per colpa di una granata durante la guerra di Sarajevo.

“Ho chiesto a Sonia Antinori di disegnare con me e con gli attori un affresco duro e sincero della crisi in cui è sprofondata la nostra società civile e lei lo ha fatto frammentando il discorso, interrompendo le storie che si succedono, mescolando realtà e sogno”. Spiega Carmelo Rifici. “In questo testo non ci sono eroi, non ci sono personaggi fuori dal comune, ma solo uomini malati nell'anima in cerca di una cura, di una riappacificazione col mondo e con loro stessi”.

E ciò a cui si assiste, durante questo spettacolo, è proprio a una continua e disperata ricerca di una cura per i propri mali. Una cura che però non si riesce a trovare nella realtà, nella cruda realtà del giorno, quanto piuttosto in ciò che in scena si manifesta nelle suggestive ed emozionanti coreografie di Alessio Maria Romano: i lampi di sogno offerti dalla notte. Lunghi vestiti bianchi, cappelli alla Via col vento, drappi rossi che creano disegni e quinte dietro cui nascondersi per poi ritrovarsi, gerbere colorate che sbocciano dalle labbra... ed ecco che, paradossalmente, è proprio il buio ad offrire i pochi attimi di luce, attraverso la fuga nel mondo dell'onirico. Un mondo dove però l'incubo riesce comunque ad insinuarsi, appena la calma sembra ristabilita.

Il Buio è un turbine, che offre spiragli di quotidiano non edulcorati. Scambi di battute fra persone che in realtà non si parlano, come il ragazzo-militare che cerca di condividere il dolore della guerra con sua sorella, la quale però gli risponde cambiando argomento. Meccanismi che sono umani e tremendamente comuni per tutti noi, abituati a parlare d'altro, esperti nel cambiare discorso, specialisti nell'arte di “distrarre l'altro”. Ma distrarlo da cosa? - vien da chiedersi – dal suo dolore, o dalla nostra incapacità di affrontarlo?

Molti sono gli spunti, i simboli, le suggestioni offerte. Forse perfino troppe, vien da pensare considerando che le osservazioni del pubblico, all'uscita, si concentrano prevalentemente sull'eccessiva durata dello spettacolo. Ciò lascia supporre che un lavoro di asciugatura gioverebbe soprattutto al finale, dal momento che proprio la seconda parte - risultato di un crescendo di ritmo e un cambio di struttura che finisce per sovrapporre una scena con l'altra, intrecciandole in un unico destino - è quella più interessante.

“Non capisco”
“Non c'è bisogno di capire. Ascolta”.
Questo si dicono due dei personaggi del Buio. E questo sembra suggerire Carmelo Rifici, che con il suo spettacolo lascia allo spettatore la libertà di legare i singoli episodi o di lasciarli separati, di trovare un filo logico tra le scene e i sogni oppure, semplicemente, abbandonarsi ai movimenti e alle parole degli attori.

BUIO
progetto di Carmelo Rifici e Alessio Maria Romano
testo di Sonia Antinori
con Ilenia Caleo, Alessia Giangiuliani, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Emiliano Masala, Francesca Porrini, Alessio Maria Romano, Raffaella Tagliabue
Scene e costumi di Margherita Baldoni e Guido Buganza
Luci Luca Bronzo - Suoni Daniele D’Angelo - Video Alessandro Ferroni
Operatore video Andrea Romanini
Assistenti alla regia Paolo Taccardo, Filippo Bisagni
Assistenti alle coreografie Caterina Carpio, Pablo Franchini
Movimenti coreografici Alessio Maria Romano
Regia di Carmelo Rifici
Produzione Fondazione Teatro Due
in collaborazione con l’associazione Proxima Res

TEATRO TIEFFE MENOTTI
Via Ciro Menotti 11 - Milano

dal 9 al 17 novembre

mar. ore 21
mer. ore 19.30
da gio. a sab. ore 21
dom. ore 17
lun. riposo


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