Aspettando un futuro al Teatro Verdi con 40 Giorni...
Roberta Secchi - 07.11.2010

Tags: 40 giorni, teatro Verdi, Debora Migliavacca Bossi, Milvys Lopez Homen
Tre donne in attesa di un autobus, sperando in una svolta. I temi: precariato, sfruttamento e illegalità.
Lo spettacolo, di freschissima scrittura per la penna (e anche la regia) di Federico Bertozzi ci regala
una fotografia magico-realistica di un presente assoluto: l'oggi, senza certo futuro, di tre giovani
donne, nella solitudine triangolare e notturna di una gelida fermata di pullman, raccontano la loro
assenza di un domani certo.
Aspettano una fantomatica corriera che dovrebbe portarle direttamente dalla discoteca, dove hanno
trascorso l'ultima notte di oblìo, alla risaia, per il lavoro stagionale. Risaia che però – lo sappiamo -
non esiste più come centro di lavoro manuale delle mondine, ma qui diventa simbolo di ogni luogo
che esige il lavoro precario, senza futuro, di una manodopera da spremere fino all'ultimo minuto e
poi da rigettare nell'incertezza del prossimo impiego più che temporaneo.
Ci sembrava, nei nostri trascorsi anni di benessere, di esserci definitivamente allontanati da quel
panorama desolante di sfruttamento e impossibilità di futuro, e ora passo passo ci stiamo ritornando.
L'idea dello spettacolo, ci dice Federico Bertozzi, nasce da un viaggio a Cuba e dai conti che lui, di famiglia comunista per tradizione, deve fare con l'incontro con i giovani cubani, dichiaratamente
anticomunisti, e con la vecchia generazione che invece difende ancora gli ideali della rivoluzione.
Da questi incontri scaturiscono domande e interrogativi anche personali – nella soglia critica dei 40
anni di età - che si riversano nella scrittura.
'40 giorni' ha avuto anteprime 'di piazza' in provincia, riscuotendo un enorme successo di pubblico.
Non si fatica a crederlo, trattandosi di uno spettacolo che in strada si svolge, e da lì, da quello
sguardo e da quel carattere di luogo di passaggio, di vita e di scambio, testimonia e dipinge lo
sgretolamento di un mondo che avviene in contemporanea all'incontrarsi di diversi mondi attraverso
l'immigrazione, come in una dissolvenza incrociata di figure che si incontrano proprio nel momento
in cui entrambe stanno mutando pelle.
Le tre figure che ci raccontano tutto questo sono ingranaggi marginali (avremmo detto in passato:
sottoproletari) della società, che si riscattano, con femminile calore e fervore, costruendosi a tutti
i costi un immaginario personale di cui poter essere il centro. Prendendo a prestito parlate, slang,
intonazioni, simboli e gadget da tutto quello che il mercato può offrire, e mescolandoci insieme
ogni brandello della propria storia passata, si creano così tre personalità di carattere altamente 'pop',
teneramente comiche e vivacemente sconclusionate, dove Fidel Castro, la nonna mondina, Hello
Kitty e H&M concorrono tutti in egual misura alla creazione di un mondo in cui, semplicemente,
sentirsi meno soli e meno insignificanti.
In questo livellamento, l'essere cubane, ruandesi o italiane si rivela essere una differenza accidentale
che non infrange la sostanza comune fatta di speranze, mancanze, sogni e fantasia.
Armònia (Debora Migliavacca Bossi in panni a lei congeniali), l'unica italiana, è tenacemente
attaccata al passato nella figura della nonna mondina, che rievoca per velare di tinte epiche e
sentimentali il suo presente e per tentare una immedesimazione che la rafforzi, mentre Milagro,
cubana (una autobiografica Milvys Lopez Homen), racconta picarescamente della sua isola per
ribadire il rifiuto di tutto quello che ha lasciato, ricordando che il poco che ha trovato in Italia è pur
sempre meglio della fame. Ai toni drammatici e comici dell'una e dell'altra si alternano i silenzi di
Cleopatra, ruandese, a cui saranno lasciate le ultime parole. Riportandoci a uno degli scenari più
brutali della contemporaneità in guerra, Cleopatra ci ricondurrà al segno dell'assoluto di chi, ancora
prima di operare una scelta tra il poco e il pochissimo, è stato costretto ad agire per scegliere solo
tra la vita e la morte.

