Uno studio tra le ombre di Amleto

Lucia Mieli - 08.05.2010 testo grande testo normale

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Tags: amleto, larsen, piccolo, lanfranchi

Effetto Larsen presenta al Teatro della Contraddizione dal 6 all'8 Maggio “Lo sguardo di Amleto”, uno studio di un'ora sul “mostro sacro” della letteratura drammatica di tutti i tempi.

Confrontarsi con un soggetto come Amleto non è cosa facile. Il peso della storia è immane: sembra quasi, al solo pensiero di cimentarvisi, di sentirsi materialmente pesare sulle spalle le centinaia d'anni di tradizione, le migliaia e migliaia di pagine di studio critico, le decine e decine di volte che lo spettatore medio lo ha visto (a teatro o al cinema), letto, ascoltato.

E tuttavia Amleto non scompare: in una stagione, seppur varia per il panorama italiano, come quella milanese, il principe danese non manca mai.

Sarà la sfida che è riposta in ogni riedizione, sarà che il teatro classico non manca mai di richiamare pubblico (all'opposto dei rischi di presentare un testo completamente nuovo), ma Amleto continua ad essere un perno fondamentale della produzione drammatica di ogni piazza teatrale.

O c'è dell'altro?
Al di là della sublime bellezza della parola shakespeariana, che ci scopre, ogni volta, sorpresi e ammutoliti nella sua capacità di muoverci profondamente, in Amleto c'è qualcosa che risveglia un interesse incondizionato. Come se toccasse corde segrete e universali che vibrano nonostante tutto, quasi istintivamente, risvegliando pensieri e sentimenti in un coinvolgimento profondo. Ma per riuscire a risvegliare questa risonanza che è, volenti o nolenti, propria di Amleto, occorre riuscire a spogliarlo di tutto ciò che lo rende “mostro sacro”: della polvere della tradizione, del peso della sua celebrità, della noia del suo eterno ritorno, ed Effetto Larsen non ci delude.

Il regista e drammaturgo Matteo Lanfranchi scevra il testo di tutto il superfluo in una riscrittura che mira al cuore drammatico della storia narrata che qui ci si presenta nella sua nuda, e per questo tanto più evocativa, significatività. E' come se ci dicesse: dimenticatevi che questo è Amleto, la Tragedia, il Mostro Sacro. E' una storia. E noi siamo qui per raccontarvela.
Lasciatevi incantare, come se fosse la prima volta.

La recitazione, come l'allestimento scenografico, si spoglia di tutti i suoi trucchi e le sue magie, lasciando emergere i personaggi, delineati con poche sapienti pennellate: come apparizioni tratteggiate, lievi ma profondamente umane.
Prevalgono i toni del bisbiglio, del sussurro, delle tante parole non osate, non dette.

La vicenda acquisisce un sapore decisamente onirico, psichedelico, quasi che tutto avvenisse nell'anima tormentata di Amleto, dove paure, rimandi, sovrapposizioni prendono corpo e parola.

Molto ben riuscito, e a tratti davvero commovente, è l'uso delle ombre proiettate su di un telo bianco che, in particolare nell'apparizione dello spettro del padre, raggiunge apici espressivi e drammatici. Lo stesso telo diverrà limbo e brama di abbandono di Amleto durante il celebre monologo del ”Essere o non essere” (in voice over) che vede il principe avviluppato da invisibili e accoglienti mani che, quasi in una danza, si fanno simbolo concreto e pulsante dei suoi contrastanti desideri.

Il ruolo del corpo, ai limiti del teatro-danza, e delle musiche che accompagnano e tingono emotivamente l'azione scenica risulta estremamente propizio all'espressività drammatica. Decisamente efficace ed avvincente il finale, che risolve il duello tra Laerte e Amleto in una vorticosa danza di meteoriche apparizioni sotto il lucido getto di lucciole isolate nell'oscurità.

Lo spettacolo, tuttavia, è segnato da una forte discontinuità che alterna momenti d'impatto e grande efficacia a cadute di ritmo che fanno precipitare la tensione. Molto disomogeneo è il tono della recitazione dei personaggi minori che passa dall'intimistico al grottesco con precipitose cadute di stile (Rosencrantz e Guilderstern). Questionabile è anche, a livello drammaturgico, l'inserto forzoso di una specie di parabola del Piccolo Principe nel fluire della parola shakespeariana. Non aiuta in termini di discontinuità l'uso eccessivo dei neon e di un piano luci nel complesso farraginoso e mentalistico, che rompe la globale magia onirica e psichedelica del tono generale dello spettacolo.

In definitiva, “Lo sguardo di Amleto”, pur nella sua non ancora raggiunta completezza drammatica, si rivela come un interessante studio, un work in progress, sul testo shakespeariano che non manca di stupirci con innovative interpretazioni e soluzioni sceniche e di commuoverci profondamente.


LO SGUARDO DI AMLETO
di Matteo Lanfranchi
con Francesca Botti, Filippo Farina, Fabrizio Lombardo, Lorenzo Piccolo
regia di Matteo Lanfranchi

Infoline:
TDC - via della Braida, 6 – 20122 Milano - Tel. 02 5462155


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