Una bella conclusione per il Danae Festival...

Giovanni bertuccio - 02.05.2010 testo grande testo normale

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Tags: danae festival, lachesi lab, giovanni bertuccio, teatro delle moire

Pere Faura si spoglia al Danae Festival. Una bella conclusione per un'ottima rassegna milanese...

Non poteva avere epilogo migliore la rassegna dedicata alle arti performative e proposta dal Teatro delle Moire. Una carrellata di artisti internazionali e non solo si sono confrontati durante i trenta giorni della durata del festival, con il tema dello sguardo. Dagli Mk, a Cohen, ai progetto Lasern fino a Pere Faura si è meditato il verbo vedere nelle sue declinazioni semantiche quali guardare, ammirare, osservare.

Un fare artistico che si mischia e si complica con l'uso di più mezzi: telecamere, video proiezioni, danza, azione teatrale, comicità, coinvolgimento del pubblico. Anzi è proprio il pubblico che da il senso all'opera, che ne costituisce la chiave di volta. In un gioco di continui rimandi, di sensi che si intersecano lo Striptease di Faura diviene uno "spogliarello con conferenza". Si interroga cioè, e non senza quell'intelligente ironia propria delle persone acute e geniali, sul senso della performance stessa. L'artista fa, dice e riflette ridendo contemporaneamente.

Guest star della performace è Demi Moore, protagonista dell'omonimo film (1995), la stessa a cui è stata copiata la coreografia proposta ad un pubblico ignaro e inizialmente scettico. Entra in scena con una sigaretta accesa, accenna dei passi di danza, inizia a spogliarsi. Tra una pausa e l'altra sposta da destra a sinistra una telecamera, presenza fredda. Indagatrice e oggettiva. I suoi movimenti non sono eleganti, non lo necessitano. Sono la parodia forse, di un uomo che imita una donna che si spoglia. Che inconsciamente vuole apparire ridicolo sgraziato purchè assolutamente 'porco'. Cosa si vede quando si assiste ad uno spogliarello? Le capacità artistiche della ballerina/o? Il suo modo tutto speciale di comunicare col corpo? O semplicemente vediamo il suo corpo, o meglio i suoi organi genitali? Su questo si interroga Pere nella seconda parte dello spettacolo, la più viva, quella ironica e geniale contrapposta ad una prima fase in cui in molti si sono chiesti: ma che fa questo? Probabilmente anche questa reazione era voluta.
br/> Esce di scena e parte il video del film con la Moore che ripropone la medesima coreografia. Entra in scena e il monologo ha inizio. Dallo stiptease si muovono riflessioni, colorite ed ironiche, talvolta nevrotiche ma pur sempre esilaranti e divertenti, sui meccanismi di seduzione degli spettacoli dal vivo.

Un pubblico che va a teatro è un insieme di persone eterogeneo. Ogni sguardo è differente, cosi come sono differenti le reazioni soggettive a ciò che si guarda. Posta in questi termini un'opera teatrale, cosi come una performance o un'opera d'arte propria, possono aprirsi ad una miriade di interpretazioni. Posso prendere tanti significati quanti sono gli occhi che guardano. L'opera rimane aperta: pur ponendo specifici quesiti non necessita di specifiche risposte.

Anzi due di queste ci arrivano direttamente dalle immagini che Pere ha ripreso durante la performance e che vedono come protagonisti un uomo che guarda e una donna che guarda. Due possibili prove visive di come al medesimo oggetto corrispondono percezioni e reazioni diverse. L'importante non è ciò che si guarda ci ammonisce Faura, bensì come lo si guarda ponendo l'accento sull'importanza dell'immaginazione e sulla necessità del teatro e dell'arte per coltivarla.

Temi vecchi insomma, quasi ridondanti che nonostante questo necessitano continuamente, in questa aridità contemporanea, di essere ribaditi.

Diana lascia il suo pubblico contento e speranzoso nel suo ritorno.

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