Zero mistificazione: Fanny e Alexander al Teatroi

Maddalena Peluso - 29.04.2010 testo grande testo normale

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Tags: Fanny e Alexander, Teatroi, Maddalena Peluso, Him

Il pubblico ridacchia, stranito ma attento, scettico ma consapevole che quella a cui sta assistendo non la solita performance patinata e superficiale...

Il pubblico ridacchia, stranito ma attento, scettico ma consapevole che quella a cui sta assistendo non la solita performance patinata e superficiale: in cuffia e con occhialini 3D anni ottanta, quella viene proposta è una tridimensionalità visiva e sonora che lascia il segno.

Il gruppo ravennese Fanny&Alexander ritorna a Milano scegliendo la fascinosa sede del Teatroi per rimettere in scena un capitolo della saga su Il mago di OZ, “Emerald City” e il grande successo “Him”.

Entrambi gli spettacoli vedono l’attore Marco Cavalcali in scena in ginocchio, vestito da Hitler – proprio come dell’inquietante opera di Maurizio Cattelan: e mentre in Emerald City si concentra sul codice corporeo della mimicry, mentre il pubblico ascolta, in cuffia, la sovrapposizione di racconti e desideri in una babele di linguaggi, su temi universali – quali appunto cuore, coraggio e intelligenza - nel secondo, roteando una bacchetta al ritmo del rullo del proiettore, dirige straordinariamente in sincronia il sonoro del fortunato film di Ian Fleming “Il Mago di Oz”.

In “Emerald City”, qualcuno certamente si sentirà preso in giro ad ascoltare, per circa un’ora, chiacchiere in gran parte incomprensibili e confusionarie mentre un Hitler, immobile e muto, fissa schizofrenico il pubblico proponendogli un’intera gamma di “facce”, reazioni al terrore o alla gioia per quello che sente.

Certo è che, dietro il lavoro performativo, c’è uno strutturato e geniale studio dei significati: le “confessioni” - fatte da attori, interpreti e “specialisti degli organi” - sono infatti organizzate su tre livelli differenti di racconto: un evento biografico, un monologo letterario tratto dal Mago di Oz e un fatto di cronaca scelto individualmente. Il materiale è stato poi drammaturgicamente contaminato in un’intervista di carattere biografico che Chiara Lagani ha proposto a ogni espositore, che poteva rispondere con uno dei tre materiali consegnati Proprio su questa struttura, poi, Cavalcali costruisce il linguaggio del suo Oz: una lingua mimetica universale, formalizzata attraverso il susseguirsi sul suo viso di cinque differenti maschere facciali (neutro, stupore, paura, gioia e tristezza) che sono il riflesso delle voci umane che avvolgono la scena. Ecco che la “mistificazione” - o meglio il “millantare” - acquista il suo significo e il lavoro dei Fanny&Alexander si riempie di senso: lo spettatore che saprà lasciarsi andare a questa abbagliante tridimensionalità, rischiando di perdere ogni certezza nei propri riferimenti sensoriali, ne scoprirà pienamente il lato delle cose più oscuro e profondo.

“In "Emerald City" – spiega Chiara Lagani - è citato il monologo finale del Mago di Oz, che trovo illuminante e agghiacciante. Lui dice sostanzialmente: mi trovavo qui e mi annoiavo, così ho deciso di inventare questo mondo; l'ho chiamato Emerald City perché attorno la campagna era verde, e perché il nome fosse più calzante ho messo sugli occhi della gente degli occhiali con le lenti verdi; del resto, il verde dà felicità, voi non volete essere felici?
E' un po' la storia tremenda di tutte le utopie”.

Ottima ricerca con una geniale resa è “Him” (primo capitolo dello studio del mago ciarlatano di Baum). E’ qui che per la prima volta il personaggio di Him si presenta al pubblico in un’esuberante proiezione in cui Cavalcali da senza dubbio il meglio di sé. Senza nulla di millantato.



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