Elogio del Disagio debutta al Danae Festival

Giulia Capodieci - 21.04.2010 testo grande testo normale

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Tags: matteo lanfranchi, effetto larsen, danae festival

Un “disordine organizzato” denso di suggestioni profonde affrontate con ironia e comicità.

Al Danae festival debutta la nuova produzione di Effetto Larsen: “Elogio del Disagio”, terza e ultima tappa del progetto Dukkha che ha come oggetto la sofferenza e le sue origini e le cui prime due tappe (Dukkha e Aggregazione) hanno riscontrato un notevole successo di pubblico e critica, aggiudicandosi diversi premi importanti.

Quest’ultima tappa affronta l’ineluttabilità della sofferenza, trasportando lo spettatore all’interno di un sistema caotico eppure controllato da ordini prestabiliti. In uno spazio neutro due personaggi compiono movimenti e azioni in risposta agli ordini di una voce fuori campo: “Fatti vedere”, “Scegli”, “Valuta”, “Non va bene, Rifai” “Basta così!” …
Un’eterna tiritera che gioca sul continuo creare e disfare situazioni, movimenti, relazioni.
Nello spazio si trovano diversi oggetti, molti a vista alcuni nascosti, che durante la performance vengono usati in modo assurdo e ridicolo ma con un’attenzione estremamente poetica nella ricrca delle immagini.
Il continuum delle azioni viene contestualizzato e, a volte, distrutto inserendo gli oggetti, apportando piccole modifiche spaziali o di luce e attraverso l’elaborazione in tempo reale del suono (ad opera di Roberto Rettura).
I due attori (Matteo Lanfranchi e Francesca Di Traglia) pur dovendo restare all’interno di confini e ordini prestabiliti, variano abilmente ritmi, movenze, espressioni del viso, dilatando corpo e spazio sfruttandone ogni centimentro dal micro al macro, relazionandosi tra loro e creando un assurdo gioco tra Obbedienza e Caos.
“Elogio del disagio” prende spunto da Beckett, applicando le sue riflessioni ad uno spazio-tempo a prima vista banale, senza la volontà di raccontare nulla ma riuscendo a trasmettere allo spettatore un senso di impotenza.
Davanti alla continua lotta contro l’ineluttabilità di un Fato che lo manovra e di fronte al quale i tentativi di un’azione individuale e decisiva falliscono, all’uomo non resta che due possibili scelte: sprofondare nella sofferenza o, una volta preso atto della propria fragilità e della fine inevitabile, riderne. “Nulla è più comico della sofferenza” diceva Beckett e in questo spettacolo, estremamente divertente, ritroviamo tutta la leggerezza di una ricerca umana e non fatalista.
Infatti il pubblico ride spesso durante la performance giungendo piano piano e attraverso una libera interpretazione al lato più tragico del lavoro.

Uno spettacolo profondo e denso di suggestioni affrontate con semplicità e ironia che, radicato in un rigoroso lavoro sul corpo e sulla presenza scenica, riesce a convincere ma soprattutto a coinvolgere il pubblico.

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