Uno 'Stormo' a San Lorenzo: Danae scende in piazza!

Giovanni Bertuccio - 18.04.2010 testo grande testo normale

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Tags: danae festival, teatro della loira, giovanni bertuccio, colonne san lorenzo

Etimologicamente lo stormo è un insieme di persone radunate per muoversi, agitarsi, combattere...

Figlie dei nuovi modi di fare e intendere l'arte che dagli anni sessanta hanno invaso il mondo, ponendo irrimediabilmente la necessità di nuove categorie e definizioni, le performance ancora oggi, e in maggiore misura, conservano il loro forte potere comunicativo.

All'ora come nell'evo contemporaneo il motivo di fondo rimane pressoché uguale. Se negli anni sessanta l'urgenza di una società che stava cambiano e andava già complicandosi si era avvertita o profetizzata, oggi, questo processo, come sappiamo, si è accelerato vertiginosamente ponendo, più di all'ora, non poche riflessione sulla società e sul vivere associato.

Su come le persone instaurano i loro rapporti di vicinato, su come interagiscono. Quali meccanismi muovono le loro scelte. Come l'altro viene percepito, come si percepisce una folla che si compone involontaria.
Su questo e altro ancora ci interroga lo 'stormo' ritrovatosi alle colonne di San Lorenzo per uno degli ultimi appuntamenti del Danae Festival. In collaborazione con Ares, Lasern e Cre.P.E. CREazioni per esterni, lo spettacolo concede solo una traccia, un punto di inizio da cui muovere riflessioni successive. Prevede la partecipazione di una cinquantina di persone e quello che ci è dato sapere e che, etimologicamente lo stormo è un insieme di persone radunate per muoversi, agitarsi, combattere. Una massa intelligente.

La chiesa come scenografia naturale, la piazza come un palco, i cinquanta partecipanti come altrettanti prototipi di personalità. In due schiere si dispongono e con il partire della musica le due linee si mescolano, confluiscono l'una nell'altra. Ha inizio quel movimento a spirale che da sempre è metafora della vita, del divenire. Questa folla, da intelligente, conserva un suo scopo, una sua missione. Se si osserva bene possono notarsi a volte gli attori muoversi solitari, in coppia, altre volte in gruppetti fino ad arrivare a formare un tutto omogeneo. Si scontrano, si parlano, si cercano, si perdono ma è nel tutto che poi si ritrovano. Qualcuno agli albori della nostra civiltà occidentale avrebbe detto che tutto sta in tutto
Riflettiamo.

E quando queste riflessioni escono fuori le mura di un teatro, in cui forse la teoria regna e le rende non volendo elitarie, che il potere comunicativo di certo modo di intendere l'arte si amplifica. Scendendo in piazza l'arte torna ad essere patrimonio di tutti, il suo messaggio può pretendere l'universalità in quanto condiviso dai più. Incide direttamente su chi passa, su chi osserva. Su chi si mette in gioco scatenando una sorta di richiami e di spiazzamenti fra attori e spettatori da veramente far perdere il confine fra chi agisce attivamente e chi invece come il pubblico in maniera passiva, semplificando. Insomma è una massa che guarda un'altra massa ed inevitabilmente queste due parti si dicono qualcosa, devono visto che sono due facce di una cosa sola: la massa, e dunque persone.

Uno spettacolo che nonostante la sua breve durata, circa 10 minuti, resta incisivo, al livello urbano e al livello personale. L'arte deve scuotere, prenderti. Deve farti sognare anche solo per un attimo, darti la sensazione che c'è ancora speranza e che le cose vere esistono, come quando partiti i Placebo la massa ha iniziato a correre saltare, gridare di gioia, divertirsi. Ha iniziato a credere che la felicità e qui ed ora. Che il mio nemico non è sempre il diverso da me.
E come la massa è arrivata in un puff è sparita e insieme a lei quella breve illusione, quel sorriso dolce che l'arte osa concedere e regalare.



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