Limite - Vincenzo Schino infiamma Danae Festival

Giulia Capodieci - 11.04.2010 testo grande testo normale

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Tags: vincenzo schino, opera, danae festival, giulia capodieci

un viaggio tra figure dipinte e in carne ed ossa, in una profonda ricerca nella natura umana. Un immaginario crudo che lascia libera via alle interpretazioni.

Il Danae Festival continua a stupire e coinvolgere il pubblico ospitando un’interessante proposta di Opera, gruppo di ricerca nato da un progetto di Vincenzo Schino, artista proveniente da Officina Valdoca.

In Limite, anticamera di un lavoro in via di sviluppo, si intrecciano immaginari potenti che fondono, al servizio della scena, linguaggi diversi, dal corpo alla pittura, dalla ricerca sui suoni alla drammaturgia della luce.

All’ingresso in sala, gli spettatori vengono accolti da tre figure dalle maschere grottesche: tre bambole rotte, le tre Moire, le tre streghe di Macbeth che ricreano fin dal primo istante un ambiente poeticamente ricco di suggestioni.
Gli attori lavorano su semplici e potenti simbologie, su archetipi che richiamano densi significati, dando allo spettatore la possibilità di costruirsi un proprio viaggio, parallelo alla drammaturgia dello spettacolo.

Il fondale è constituito da un’enorme opera pittorica di Pierluca Cetera che, lungi dall’essere il fondale del teatro più tradizionale, prende vita attraverso un sapiente gioco di luci che ne svelano anime e dettagli, invisibili ad una prima osservazione. Le figure del quadro acquistano una presenza fisica, intrecciando gli sguardi con attori e spettatori, esaltando con la loro fissa presenza le esasperate e drammatiche coreografie. Il resto della scena è composto da un vecchio cancello e una brandina di ferro. Per terra: un telo bianco, polvere, farina e acqua. Tutto viene mosso, scomposto e ricomposto, come se mescolassero macerie, dagli attori. Limite è una ricerca sul contatto, sullo scontro, sulla lotta e sulla prevaricazione per la conquista del potere. E’ lo specchio in cui si riflette uno dei lati più crudi dell’homo homini lupus.

Tuttavia lo spettacolo non dà risposte ma suggestioni: pugni per l’immaginario e per lo stomaco.
Un sottile intreccio di tempi e registri, dal grottesco, alla lotta violenta a momenti di respiro alla ricerca della più profonda sostanza umana. Una ricerca fatta attraverso la luce, nell’uso di una luce-sguardo che indaga strati di vita e materia quasi a prendere spunto da Tarkovskij e da Greenaway; e attraverso i suoni di Federico Dal Pozzo che mescola abilmente quelli registrati e quelli live. Limite è una sperimentazione sulle possibili contaminazioni e collaborazioni tra diverse arti.
Uno spettacolo denso, che ipnotizza lo spettatore, rubandogli il senso del tempo e trasportandolo in un universo parallelo, attuale, cupo e crudelmente poetico.


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