Steven Cohen a Danae Festival: Testimoni non spettatori

Giulia Capodieci - Giovanni Bertuccio - 28.03.2010 testo grande testo normale

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Tags: steven cohen, performance, danae, giulia capodieci

Una ricerca e denuncia sulla società, a metà immaginaria a metà crudemente vera. Steven Cohen lancia i semi e li lascia decantare, senza giudizi.

Per la prima volta in Italia, Steven Cohen, performer di origine sudafricana, mostra tre sue performance all’interno del Danae festival, che l’artista stesso ringrazia per il “coraggio nella scelta di non limitare le proposte”.

La serata inizia con “Chandelier”: l’artista entra in scena indossando come tutù, le cui gocce di cristallo sostituiscono il tulle, un candelabro. Ai piedi porta scarpe dai tacchi sproporzionati che gli donano movimenti dall’equilibrio perennemente precario e sul volto è dipinta una maschera in stile dragqueen, colorata e luccicante.

Molto interessanti le scelte sonore e la volontà di rompere la quarta parete e mischiarsi al pubblico.
Appena uscito di scena inizia la proiezione del video: lo stesso “personaggio” trasportato a Joahnnesburg assalta lo stomaco e, superando l’impatto estetico, esalta la protesta sociale. Le immagini, girate durante lo sgombero di una bidonville contrastano con quest’unico uomo bianco, truccato, praticamente nudo che indossa solo uno strano oggetto e scarpe da donna. Un diverso tra i diversi. Un ricco candelabro, luccicante, in totale contrasto con la miseria e l’immondizia dell’ambiente circostante. Un oggetto di lusso domestico esibito a chi non ha una casa propriamente detta e che in quel preciso istante sta perdendo anche quella. Le reazioni degli homeless sono svariate, chi lo saluta e rigrazia, chi, davanti al nudo, mostra un catalogo pornografico, chi ha uno scatto d’ira e prende un bastone, chi lo paragona a Gesù, chi grida “We love art!”.

Un microcosmo di umanità dalle immagini scomode evidenziata dai contrasti. Non a caso il sottotitolo della performance è To bring to light (portare alla luce).

Segue il video “Cleaning time”, performance ambientata a Vienna e ispirata a un fatto storico del 1939 in cui i nazisti ordinarono agli ebrei di pulire le strade con spazzole e spazzolini da denti.

Cohen compie un atto di vera provocazione e protesta. Giocando sempre sul nudo, un diamante infilato nel culo (“Per gli ebrei la ricchezza è stata una disgrazia, i nazisti hanno buttato i corpi ma si sono tenuti i diamanti” spiegherà poi l’artista) una maschera a gas sul pene, un cappuccio a forma di bomba a mano, armato di un enorme spazzolino da denti pulisce in ginocchio le strade principali di Vienna.

E’ molto interessante confrontare le diverse reazioni: se in SudAfrica la gente manifestava apertamente sia disgusto sia ammirazione, in Europa la gente, sempre nel remoto caso che prenda un istante per fermarsi e osservare, nella maggior parte dei casi si maschera dietro una risata, in una foto col cellulare da mostrare agli amici o nel chiamare le forze di ordine pubblico. Infatti interviene un poliziotto ad interrompere la performance. L’artista racconta come si è svolto il dialogo, non udibile nel video, con il poliziotto: alla domanda del poliziotto “Cosa sta facendo?” Cohen risponde “Pulendo!”. E alla replica del poliziotto: “La città è già pulita.”, risponde:“Sembra piena di sangue”.

A questa risposta il poliziotto chiama rinforzi. Nel video, spiega ancora Cohen, “i rinforzi non si vedono perché erano brutti, invece quel poliziotto aveva un bel culo! Ho trovato l’intervento dei poliziotti molto interessante per la performance, dando ordini compiono decisioni decisamente coreografiche, in fondo molti sono artisti frustrati!”

Nell’ultimo video “Maid in South Africa” (il titolo contiene il gioco di parole tra Serva, maid, e Fatta, made), Cohen si esprime attraverso il corpo della sua tata, che tutt’ora lavora come domestica nella casa di famiglia e che intrepreta senza clichè la schiavitù di un corpo invisibile, trascurabile. “In Africa i domestici non si vedono, facendola spogliare non può non essere vista!” La performance infatti consiste nello spogliarello dell’anziana donna che, indossando lingerie kitsch e tacchi alti, continua a pulire i cessi. Ad interessare Cohen non è l’erotismo dello spogliarello o i significati sessuali ma la dimensione “politica della carne”.

Cohen sciocca, impone una riflessione e una presa di posizione. Con le sue performance getta un seme che lascia decantare nei testimoni della sua azione. L'arte di Cohen non si dissocia dalla sua stessa vita, dal suo sguardo sul mondo e per esprimersi mette in gioco tutto se stesso, il suo essere omossessuale ed ebreo, usando con intelligenza e ironia le etichette imposte dalla società. Non è casuale la scelta di far seguire una riflessione con il pubblico, utile per non cadere nel rischio di banalizzare la performance definendola esibizionista e per cogliere il senso profondo dietro le scelte kitsch e appariscenti.

Un’arte scomoda, sociale e politica, l’arte come antidoto alla follia dell’individuo e della società. Un lavoro sul nudo e sull’uso dei simboli. Un’arte che, per raggiungere la profondità espressiva, deve lasciare il riparo del palcoscenico e scendere in strada.



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