Il Misantropo: la sincerità sfida l’ipocrisia al Teatro libero
Federica Solaro - 24.03.2010

Tags: compagnia Gank, il Misantropo, Teatro libero, recensione
Fino al 29 marzo la Compagnia Gank è al Teatro Libero con “Il Misantropo”, un classico del teatro che si interroga sulla necessità di convenzioni sociali che regolino i rapporti tra gli uomini...

Dal 22 al 29 marzo la Compagnia Gank, sotto la direzione del regista Alberto Giusta, si esibisce al Teatro Libero con “Il Misantropo”, un classico del teatro che, interrogandosi sulla necessità di convenzioni sociali a regolare i difficili rapporti tra gli uomini, è ancora capace di presentare agli spettatori inesauribili spunti di riflessione.
Veicolo e incarnazione del quesito che attraversa la celebre commedia di Molière – drammaturgo del Seicento, nonché precursore del teatro borghese – è il misantropo Alceste, un uomo che odia l’intero genere umano, ne disprezza l’ipocrisia, biasimando con tutto se stesso quel pudore e quell’educazione che porta a tradurre i pensieri in frasi fatte o espressioni di comodo socialmente accettabili.
Fa da contraltare a questa figura l’arguto Filinte, amico di Alceste che diversamente da questi prende la vita così come viene, con tutte le sue doppiezze, simulazioni e falsi sorrisi, perché in fondo anche le convenzioni sociali costituiscono l’uomo in tutte le sue molteplici verità .
Filinte cerca di mitigare il temperamento ribelle di Alceste, fonte di guai giudiziari oltre che di diffusa riprovazione sociale, ma questi non ci sta e sfida tutto e tutti con una cocciutaggine quasi ammirevole.
Questo desiderio assoluto di verità porterà il protagonista a mettere alle strette l’amata Celimene, frivola nobildonna che concede le sue attenzioni a un nutrito stuolo di spasimanti, imponendole una scelta definitiva.
Peccato però che il ragionamento del Misantropo sia a senso unico: quando Arsinoè, l’integerrima amica di Celimene interpretata da Lisa Galantini, criticherà con franchezza la sua cieca e non corrisposta pena d’amore, allora l’impavido Alceste, ferito nell’orgoglio, si farà improvvisamente piccolo, offendendosi inspiegabilmente e chiarendo che “certi pensieri è sempre meglio tenerseli per sé”
Ed è questa la grandezza del drammaturgo francese, la grande beffa che Alberto Giusta, con la sua regia effervescente, sa riproporre in uno spettacolo intelligente in cui divertimento e provocazione divengono tutt’uno.
L’Alceste di Zavatteri è efficace, sebbene la performance potrebbe esser resa più incisiva scegliendo in modo netto tra un atteggiamento di distaccata superiorità o di ardente odio. Molto convincenti le prove di Alessia Giuliani, una Celimene che – nel momento della pubblica umiliazione da parte dei corteggiatori coalizzatisi – arriva persino alle lacrime, Massimo Brizi, che interpreta con la giusta dose di ironia, calma e distacco il personaggio di Filinte, e Alex Sassatelli, un Acaste divertente e caricaturale. Esilaranti, infine, le due interpretazioni di Alberto Giusta, impegnato nel doppio ruolo dello strambo e irascibile Oronte e dello svampito cameriere di Alceste, Du Bois.
Una scena scarna, candida e costumi d’epoca dai colori tenui si scontrano con il trucco pesante degli attori: un conflitto tra maschere che, come Molière insegna, possono rivelare più verità della stolida onestà .



