Rita si racconta la Teatro Guanella
Giovanni Bertuccio - 16.03.2010

Tags: teatro, narrativa, guanella.
Allora Rita chiude gli occhi e si abbandona ai ricordi impigliati in un capello bianco, tra i solchi delle mani rugate, in una piega dell'abito buono. (R.T.G.)

Gli spazi di via Duprè si trasformano in una zona limite, confine fra ricordo, rancore sordo, rimpianti, sogni e speranze. La storia è quella di Rita, ragazza 15 enne, realmente esistita e a lei dedicato, sognatrice al punto da voler oltrepassare le regole mute che giocano i ruoli in un contesto in cui la donna è solo madre, casalinga, colf, cuoca. La donna serve a servire. I toni su cui la messa in scena si muove sono quelli del bianco e del nero, della purezza opposta alla malizia calcolatrice, sensazioni estreme che trovano equilibrio solo con la cura del tempo. Infatti Rita si presenta nella doppia veste di donna/ragazza. Ormai anziana, quando il passato è lontano, affiorano i ricordi financo arrivare 'davanti la porta dei suoi incubi', quando quell'amore innocente venne trasformato in qualcosa di sporco e impuro. Quando 15enne viveva il sogno del suo primo amore, Salvatore, rappresentato attraverso una trovata scenica che vede Raffaella Tiziana Giancipoli recitare ad occhi chiusi, sfruttando mimica e gesti, potenzialità della voce. Recita tutto e tutti: la madre, il padre e l'innamorato, e lo fa giocando le immagini evocate in un metro quadrato di palco centrale, usando pochi oggetti scenici, manipolandoli di volta in volta.
Una lavagna che è reminiscenza delle scuole elementari, in centro alla scena, che si presenta a sipario aperto. Dalla lavagna, sul palco si diparte un telo bianco che poi si scoprirà nascondere tanta tanta farina. Questa trovata risulta funzionale perché diviene simbolo di più cose: della 'polvere' o meglio del polveroni cari al sud, "du puvvirazzu" siciliani. La farina serve a preparare le 'strascinate', momento di unione e incontro tra Rita e sua Madre, un rapporto forte in cui la madre legge negli occhi della figlia, ma non troppo. Dal flashback iniziale in cui lei si ricorda, la farina servirà nello sciogliersi del testo a presentare una Rita vecchia coi capelli bianchi, sorridente nella sua rassegnazione.
Alcuni ricordi celano sensazioni cosi forti e contrastanti tali da non poter essere raccontati se non attraverso la contestualizzazione: il proprio linguaggio. È quello di Rita è il barese, dialetto che diventa necessario per la drammaturgia nel presentare il personaggio nella sua realtà attraverso le sue regole non scritte ma con codici precisi. Il 'rispetto' prima di tutto e di conseguenza l'opinione comune come limite e specchio. Il testo è intenso a tratti essenziale e fortemente evocativo. Espresso dalla giovane attrice in maniera decisa e spigliata, padroneggiando ogni ruolo, e caratterizzando ogni personaggio, con la consulenza linguistica di di Tommaso e Katia Scarimbolo. La regia vede la sua riuscita in quegli accorgimenti, cari anche al cinema in una sorta di scambio, attraverso cui i personaggi si intersecano. Le atmosfere sono evocate attraverso un uso delle luci che conferisce alla fotografia un ulteriore plauso sottolineandone l'ideatrice: Tea Primitera. Questo mix di bravura è giovato per le finali del premio scenario 2007.
La fotografia iniziale vede il braccio di Raffaella poggiato sulla lavagna, che assume ruoli diversi, e i capelli penzoloni: dorme sdraiata, sogna mentre con la mano disegna sulla lavagna la faccia di lui e la sua. Affiorano le parole dette, le sensazioni provate, il desiderio che aspettava di essere espresso. Ricorda le incomprensioni e le passeggiate in motocicletta. Di quel giorno in cui si era lasciata andare, in cui 'aveva ceduto' alle lusinghe di Salvatore. Di quando erano li, vicini, quando sentiva il suo respiro vicino. Era sicura che sarebbe stato suo, per sempre, che lo avrebbe sposato e sarebbero stati felici.. Scoperti dal padre scappano, si perdono. Il padre raggiunge la figlia, la spintona, abusa di lei. È un segreto, le dice; non lo dire a mammà, io per te lo dico, a chi crederà? [...] E torna a casa che a quest'ora le ragazze a casa devono stare. Di botto il sogno svanisce gli occhi si aprono. L'amore diventa tragedia, l'innocenza disillusione e rassegnazione. Impotenza. Per 10 anni, ogni domenica, quando la madre sistemava casa di uno zio, il padre e lei rimanevano da soli, lui arrivava, faceva quello che doveva fare e se ne andava. A 25 anni decide di andarsene. Non conoscerà più l'amore, il dolore è cosi forte che riprovarlo equivale a morire. Subentra la paura e la consapevolezza di come un gesto possa avere delle conseguenze tali da spegnere qualsiasi luce generando un a notte perenne.
di e con: Raffaella Tiziana Giancipoli
produzione: La luna nel letto
dal 12 al 14 marzo
Teatro Guanella
Tel. 02 26113133






