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Teatro classico









[Teatro classico] All'Atir, una magica notte nel ghetto di Praga

Silvia Pizzi - 09.03.2010

Dopo il successo riscosso nel 2009 al Teatro Litta, torna a Milano "La fine di Shavuoth", in scena all'ATIR Teatro Ringhiera dall'8 al 17 marzo.
Il testo è opera di Stefano Massini, il giovane, talentuoso e pluripremiato drammaturgo fiorentino, già autore (e regista) del "Frankenstein" attualmente in scena all'Elfo Puccini e de "La commedia di Candido", che debutta il 10 marzo al Teatro Carcano.

"La fine di Shavuoth" fa parte di una quadrilogia di testi teatrali pubblicata da Ubulibri nel 2005, descritta nella prefazione di Franco Quadri come il risultato di "battute brevi e dense, elementari e dirette, che si inseguono dando subito un ritmo ficcante al correre con naturalezza dei dialoghi verso esiti in realtà controllatissimi". Quattro storie che partono da vite vissute di personaggi realmente esistiti, prendendo spunto da episodi biografici talvolta descritti dagli stessi protagonisti sotto forma di diari o appunti, e poi rielaborati secondo la fantasia e il punto di vista dell'autore, che indaga per andare oltre i "personaggi" e restituire gli "esseri umani". Quelli che esprimono, con parole che potrebbero essere nostre, sensazioni, paure, fragilità in cui tutti possiamo riconoscerci. Questo è ciò che accade ne "La fine di Shavuoth", mentre un giovane Franz Kafka ed un attore polacco, destinato a diventare famoso, si raccontano dei propri limiti, scoprendo le reciproche ricchezze.

Siamo nel Café-Teatro Savoy, un locale del ghetto di Praga dove il ventinovenne Kafka si reca per assistere ad una commedia e in cui, per una serie di contrattempi, resterà rinchiuso per diverse ore assieme ad uno degli attori, Jitzach Löwy. Due personaggi dai caratteri opposti (timido, introverso ed impacciato il primo, brillante, logorroico e travolgente il secondo), che per ingannare il tempo finiscono per conoscersi meglio. E per iniziare scelgono di aggirare le trappole che si annidano nell'universo delle definizioni e giocano a raccontarsi chi "non sono", cosa non vorrebbero essere, cosa sognano la notte.

Difficile raccontare di uno spettacolo come "La fine di Shavuoth" senza fargli torto, senza tralasciare particolari essenziali a rendere l'atmosfera di due ore intense che volano via in un soffio.
Sul palco una scenografia molto semplice ricrea l'atmosfera di una locanda periferica, buia e fumosa, con i suoi vecchi tavolini, le sedie di legno e il piccolo teatrino dove, poco prima, Löwy e gli altri attori della compagnia si sono esibiti. In questo spazio, appena illuminato, gli attori si muovono, con le loro opposte fisicità, accompagnando lo spettatore in un crescendo di sfumature emotive - a tratti comiche e a tratti commuoventi - che catturano l'attenzione con la forza e la potenza della verità. Una verità che, a detta della stessa regista, li conduce spesso ad improvvisare in scena, assecondando e sposando felicemente le reciproche intuizioni del momento.

E la naturalezza con cui i protagonisti Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris e il veterano Alvise Battain (che interpreta il vecchio custode della locanda) si scambiano gesti, sguardi e battute è l'eccellente risultato di un evidente e raro affiatamento, frutto del lavoro di tre attori di grandissimo talento e della regista Cristina Pezzoli, che si dimostra in grado di utilizzare tutta la poesia e la profondità del testo di Massini, senza inciampare nella difficoltà di materializzare in scena la dinamica di un percorso prepotentemente introspettivo: il viaggio interiore di due personaggi che, alla fine di tutto, non saranno più gli stessi.

Lunghissimi gli applausi da parte dell'esiguo gruppo di spettatori, giunti all'ATIR per assistere alla prima di questo spettacolo.
Perderselo è un'occasione mancata. Perché se è vero, come dice Jitzach Löwy, che "in teatro c'è quell'unico tempo che vale davvero, quel poco tempo che non va sprecato", allora conviene investirne un po' per andare a vedere "La fine di Shavuoth".

LA FINE DI SHAVUOT
Quella notte del giovane Kafka in un teatro del ghetto di Praga


di Stefano Massini
regia Cristina Pezzoli
con Alvise Battain, Jacopo Bicocchi, Mattia Fabris
scene e costumi Giacomo Andrico
luci Giovancosimo Di Vittorio
musiche Riccardo Tesi
produzione Libera Scena Ensemble

DALL'8 AL 17 MARZO

ATIR Teatro Ringhiera
via Boifava 17 - Milano
Tram 3 - MM2 Abbiategrasso
tel 02.58325578
www.atirteatro.it

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I VOSTRI COMMENTI:

Nome: flaro
Commento: Uno degli spettacoli più intensi che mi sia data l'occasione di vedere e rivedere (l'ho seguito a Bolzano, a Milano e a Rubiera la scorsa stagione, e non vedo l'ora di rivederlo domenica 14 al Ringhiera di Milano anche per la bella opportunità offerta dopo lo spettacolo di assistere al disvelamento della tecnica dell'improvvisazione). Un testo, quello di Stefano Masini, di spessore, efficacia e profondità rari nel panorama autoriale d'oggi, dai contenuti autenticamenti universali, restituito con grazia, leggerezza e passione dai giovani ma già esperti attori protagonisti Jacopo-Maria Bicocchi e Mattia Fabris, oltre che dal grande Alvise Battain. Un raffinato lavoro di squadra, condotto con grande sensibilità e creatività dalla regista Cristina Pezzoli con l'ottimo supporto della scenografia, delle luci e della musica. L'entusiastico commento di Silvia Pizzi è l'oggettivazione verbale di ciò che questo spettacolo produce nel pubblico: una condizione che potrebbe essere definita "profonda performance interiore". Davvero un'esperienza a cui sarebbe un peccato rinunciare! Grande teatro.

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