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[Prime] Il volto dolente e beffardo di Napoli al Teatro Manzoni

Federica Solaro - 07.03.2010

Si respira un'aria pregna di affettuosa nostalgia in questo spettacolo che profuma di dopoguerra, di pizze e di scugnizzi, di superstizione e furberie.
La pièce, messa in scena da La Pirandelliana in coproduzione con Diana Or. I.S., è un ritratto amorevole delle mille anime della città forse più narrata, più cantata e più fusa nel nostro immaginario collettivo.
"L'oro di Napoli" - adattamento di Gianfelice Imparato e Armando Pugliese da una raccolta di racconti di Giuseppe Marotta, con cui si è cimentato anche il grande Vittorio De Sica - calcherà le scene del Teatro Manzoni sino al 28 marzo.

Diverse sono le storie di Marotta che confluiscono nella rappresentazione, componendosi in un inedito quadro narrativo in cui il è Leitmotiv della condanna ad accomunare i diversi episodi. Ognuno dei personaggi ha infatti una fardello da portare sulle spalle, qualcosa da scontare o da cui liberarsi con un improvviso e inaspettato atto di coraggio.
Don Rosario, pizzaiolo sposato con la fedifraga Sofia, è destinato ad essere ripetutamente ingannato dalla moglie furba e disinvolta; mentre Don Michele è condannato a soffrire per tutta la vita l'abbandono della consorte e a dare numeri vincenti a un gruppetto di superstiziosi che, affidando la vita alla fortuna, lo assilla persino in punto di morte.
Don Saverio Petrillo troverà finalmente il coraggio di liberarsi della pena che, da anni, grava sulla sua famiglia: il dispotico Don Carmine - compagno di gioventù che, senza alcun riguardo verso l'amico, si è insediato con arroganza in casa Petrillo.
E infine vi è la paradossale vicenda tratta da "Personaggi in busta chiusa" e "I giocatori". Soffocato dal rimorso per aver causato il suicidio della prima moglie, Don Nicola sposa la prostituta Teresa in un anomalo tentativo di espiazione delle proprie colpe. Ma la nuova moglie, accettando di partecipare alla farsa e vietandogli di sperperare i suoi averi nel gioco, lo condannerà ad essere quotidianamente sconfitto giocando a scopa con il figlioletto del portinaio.

Ogni attore è impegnato in molteplici ruoli e spiccano, per bravura e intensità della prova recitativa, Luisa Ranieri, che veste con coinvolgimento e passione i panni di Sofia e di Teresa, e Gianfelice Imparato che, destreggiandosi tra i tre ruoli principali di Michele, Saverio ed Ersilio, è quasi sempre in scena.

Le opulenti scene realizzate da Taddei riproducono efficacemente lo scorcio di un quartiere partenopeo, potenziando l'impatto della rappresentazione. Grazie a pannelli mobili e tele che divengono trasparenti, se attraversate da un fascio di luce, lo spettatore viene portato dalla vivacità di un vicolo all'interno di un appartamento, dai balconi e dalle finestre di un palazzo al suo chiassoso androne.

È il volto comico, oltraggioso e amaro di chi sa accettare il fallimento con un sorriso beffardo sulle labbra quello di questa Napoli, città dalla straordinaria capacità di accettare e affrontare la vita.
Ecco dunque cos'è "L'oro di Napoli": l'istintiva pazienza, la ricchezza d'animo di un popolo che ha sempre avuto il giusto spirito per rialzarsi nonostante le amare e ripetute sconfitte, gente che - per usare le parole di Don Saverio - " [...] è come il capitone... non muore mai!"

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