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[Prime] Una matematica del nonsense al Teatro OutOff

Maddalena Peluso - 15.02.2010

Questa volta Antonio Rezza ce la mette proprio tutta: ormai ha la qualifica di genio, la vera avanguardia del teatro italiano, come molti critici lo definiscono...
Tanto vale allora divertirsi e, soprattutto, esagerare: nasce così il nuovo spettacolo, fino al 28 febbraio al Teatro OutOff di Milano 7-14-21-28, quinta essenza del grande performance.

Questa volta a meritare un sonoro e fragoroso applauso è più che mai Flavia Mastrella che costruisce intorno al collega romano - con il quale fa "azienda" da oltre vent'anni - un intero universo partendo da un ideogramma cinese che l'ha colpita in Paolo Sarpi, durante l'ultima tournèe milanese. E Rezza non ci metta molto ad ambientarsi nel colorato e surreale habitat, scrivendoci dentro col corpo "stanco" e con la voce "sofferta", trovando un senso ad ogni oggetto. Entra in scena su un'altalena, va sempre più in alto come la sua carriera teatrale, permettendo allo spettacolo di decollare immediatamente legando le scenette nonsense con quell'impercettibile filo di raziocinio, quel "Rezza's way of life". E in questo spettacolo i due artisti romani danno vita al loro universo: Rezza con la solita ipertrofica presenza scenica riempie l'intero spazio, stravolgendolo e piegandolo alle sue fantasie, ribaltando ogni luogo comune, dall'amore di padre al teatro giapponese, delineando situazioni esilaranti e imbarazzanti con la mesta ilarità di sempre, elenca le sue tabelline dei paradossi, una mappatura della disgregazione intessuta di legami comuni, in cui "le bestemmie son come fiori" e con un po' di fortuna si riesce a farle scappare anche al pubblico.

Non tarda ad arrivare la riscrittura di un classico, Otello e la sua Desdemona legati e immobilizzati si beccano, e poi non può mancare una fiaba con una re, un principe e una regina zoppi ma velocissimi a rincorrere un cerbiatto, il giovane Ivan Bellavista, schernito e umiliato come solo Rezza sa fare.
Rispetto al passato, Rezza sembra avercela meno con il pubblico, forse perché avverte quanto quest'ultimo stia diventando proprio il "suo pubblico".

Certo è che un tema, come in ogni suo spettacolo, non c'è davvero: a contare è il ritmo, la musicalità delle parole, le sconnessioni verbali. "Il lavoro è contro tutti - spiega Rezza - contro il teatro come pratica(non come luogo) è automaticamente impietoso con la società (una faccenda quasi fisiologica), è contrario alla narrazione, al filo del discorso, ai lager della comunicazione.

Non vi resta che andare a vederlo

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