Le responsabilità della scienza in un fulgido spettacolo di realismo simbolico
Lucia Mieli - 27.02.2010

Tags: Durrenmatt, fisici, umbria, tedesco
Seppur in scena lontano dal circuito milanese, merita una menzione l'ultima produzione del Teatro Stabile dell'Umbria, “I Fisici” di Durrenmatt...

Seppur in scena lontano dal circuito milanese, merita una menzione l'ultima produzione del Teatro Stabile dell'Umbria, “I fisici” di Dürrenmatt, per la regia del giovane e talentuoso Rosario Tedesco, in tournée.
“Dio non gioca a dadi con l'universo” (A. Einstein)
“Einstein, smettila di dire a Dio cosa deve fare” (N. Bohr)
“Dio non solo gioca a dadi con l'universo,
ma li getta anche dove non li possiamo vedere” (R.Feynman)
(dalle note di regia)
Secondo capitolo del percorso sul tema della “responsabilità ” iniziato l'anno scorso da Tedesco con la splendida lettura scenica de “Il vicario” di Huchhuth, “I fisici” si impone innanzitutto per l'estrema attualità dei temi trattati. In questo testo poco frequentato nel panorama teatrale italiano, Dürrenmatt indaga con il suo tocco grottesco, ma profondamente umano, la questione dell'etica della scienza.
A distanza di 30 anni dalla seconda riscrittura ( la prima era del '61) la questione conserva acutamente tutta la sua problematicità , e ne sono esempio le prime pagine dei quotidiani: dal dibattito sul “fine-vita”, alla procreazione assistita, alla questione del nucleare “pacifico” (in Italia come in Iran). Nonostante i chiari riferimenti alla bomba atomica, infatti, la valenza volutamente metaforica della mise en scène, permette alla drammaturgia dürrenmattiana di ampliare il proprio campo di riflessione alla responsabilità morale degli scienziati in generale e la regia di Tedesco, dal tocco personale e creativo, contribuisce in questo senso a rendere il testo e lo spettacolo di un'assoluta vitalità e risonanza tutta contemporanea.
Rispettando unità di tempo e di luogo, la finzione scenica avviene nello spazio di una giornata tra le quattro mura di un sanatorio, dove passano le loro giornate tre fisici divenuti apparentemente pazzi: uno credendosi Newton, l'altro Einstein e l'ultimo nella convinzione di avere delle rivelazioni da parte di Re Salomone.
Il motore dell'azione sarà l'omicidio di tre infermiere della casa di cura ad opera dei tre fisici e l'indagine di un disincantato commissario (Nicola Bortolotti) che ne seguirà , in un susseguirsi di dialoghi sferzanti e colpi di scena.
Nella migliore tradizione del realismo simbolico, ovvero dell'uso teatrale di simboli “vivi” e corporei, in grado di trasmettere per via quasi subliminale il senso, trasportato dall'emozione e non dall'intellettualismo becero e sterile, Rosario Tedesco ci travolge all'inizio dello spettacolo con una marea di scarpe, di tutti i colori e le fogge. In un ritmo vorticoso esse vanno ad inondare la scena in tutta la loro inquietante presenza, che ci rimanda, incondizionatamente, ad Auschwitz, vero simbolo incarnato della demenza onnipotente del progetto tecnologico più folle mai concepito: l'epurazione etnica. Le scarpe, vestigia dei morti, saranno il terreno, le fondamenta, le “premesse” su cui gli attori si dovranno muovere per tutto lo spettacolo, costringendoli ad integrare nella recitazione questa difficoltà , fisica, di deambulazione e movimento con grande efficacia sulla portata comunicativa della recitazione.
Emiliano Brioschi, Giuseppe Papa e Emilio Vacca interpretano con ritmo e ironia grottesca i tre fisici, che si muovono sulla scena trascinandosi dietro le porte delle loro camere di internamento, come pesi materiali della loro condanna-espiazione; le porte, praticamente unico oggetto scenografico nella messinscena essenziale di Tedesco, assumeranno via via le più svariate funzioni, fino a trasformarsi, nell'ultimo atto, nel tavolo attorno al quale gli scienziati consumeranno una 'cristologica' ultima cena, segnata da uno dialogo splendidamente dialettico (vera perla drammaturgica). Gli attori, 'inchiodati' al loro posto nel sostegno della porta-tavola, riescono a mantenere un'elevata soglia di ritmo e tensione, mentre il dibattito assume i toni della dissertazione filosofica sull'etica della scienza.
Capitalismo, Statalismo e l'incarnazione dell'Industria si contenderanno nel corso dello spettacolo gli esiti delle scoperte dei fisici allo scopo di affermare la propria potenza. In definitiva, l'unica scelta possibile per lo scienziato sarà il silenzio: la rinuncia ai propri studi, alla vita e all'amore, fino al rifugio nella follia come ultima isola di libertà , poiché l'umanità non è ancora in grado di usare la scienza se non per autodistruggersi, nella cieca volontà di potere esemplificata nel testo da una vergine gobba e sterile, che solo nella distruzione del mondo può ritrovare il proprio bilioso riscatto.
La rinuncia dei fisici si concretizza nell'omicidio dell'infermiera Monika Stettler (Ilaria Falini). Il femminile incarnato nel rapporto di coppia è in fatti sostegno dell'azione dell'uomo affinché compia la sua realizzazione creativa, ma lo scienziato non può permettersi che questa si attui: a Möbius non rimarrà che uccidere il suo amore e con esso la propria aspirazione alla felicità , in una lacerante danza che si concluderà con una bacio mortale.
Cinzia Spanò è l'inquietante psichiatra proprietaria della clinica, efficacemente imbalsamata in un costume monastico dapprima, e pienamente sensuale nel disvelamento finale: trasformazione che si riscontra anche nella vocalità e nel gesto dell'attrice che passa da una contenzione “robotica” a una fluidità lirica, seppur segnata dalla follia.
Nel finale catastrofico il pubblico assiste attonito alla messinscena della deflagrazione nucleare che si concretizza in tutta la potenza materiale ed evocativa del simbolo, cui bastano tre porte, una lampadina e un mucchio di scarpe a lasciare senza fiato e con la pelle d'oca .
Mai scontate o “trasparenti” e di grande efficacia drammatica sono inoltre le luci di Giuliano Almerighi, usate con grande risonanza espressiva. Con una griglia dal nitore sferzante esse vanno a costituire una vera e propria gabbia incorporea che imprigiona i personaggi, nascondendoli e svelandoli di volta in volta con la forza di spietati tagli laterali, quasi lame di luce che sondano, implacabili, il volto degli attori.
Uno spettacolo denso, profondo, di grande impatto sia concettuale che emotivo, molto godibile nella fruizione grazie al ritmo della messinscena e alla visionarietà registica: ci auguriamo di vederlo presto sulle piazze teatrali milanesi...
I FISICI
di Friedrich Dürrenmatt
regia
Rosario Tedesco
con
Nicola Bortolotti
Emiliano Brioschi
Ilaria Falini
Giuseppe Papa
Cinzia Spanò
Emilio Vacca
luci e fonica
Giuliano Almerighi
febbraio 2009
I fisici tournée Umbria
16 e 17 Solomeo
18 e 19 Terni
20 Magione
21 Panicale
23 Marsciano
24 Bevagna
25 Nocera Umbra
26 Gualdo Tadino
27 Trevi
28 Umbertide





