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Teatro contemporaneo









[Teatro contemporaneo] Sacco e Vanzetti all'Atir Teatro: la rivincita degli ideali...

Lucia Mieli - 18.01.2010

In una società che per liberarsi delle ideologie ha buttato ogni idealità, che ha affermato trionfante il non-pensiero, la beata, elegante mondanità della superficialità, del "ognun per sé" e, in fin dei conti, del menefreghismo, è una scelta coraggiosa parlare di anarchia, come hanno scelto di fare i bravissimi Paolo Mazzarelli e Lino Musella in "Due Cani".

Perché questo erano Nicola Sacco (1891-1927) e Bartolomeo Vanzetti(1888-1927): anarchici.
Peggio:anarchici e immigrati.

Vennero arrestati, processati e giustiziati sulla sedia elettrica con l'accusa di omicidio, rapina e azione sovversiva. Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi già all'epoca del loro processo; a nulla valse la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che scagionava i due.

Figli di un'altra epoca, peggiore della nostra per tanti versi, ma ancora in grado di ispirare sogni e idealità.
Dalle parole dei due protagonisti e al di là delle rigorosità dottrinali, anarchia significa credere intrinsecamente nell'uomo, nella sua natura, nella sua capacità di scegliere e volere il bene per sé e per gli altri, senza che questo rappresenti una contraddizione.
Anarchia significa credere nell'individuo (capitalismo) e nella società (comunismo) al contempo: credere che la felicità, la giustizia sociale siano alla portata di tutti noi uomini, se solo riuscissimo a mettere a frutto le nostre emozioni e la nostra razionalità in sinergia; a capirci come parti essenziali di un tutto che ha bisogno dell'apporto di ciascuno di noi tanto quanto noi abbiamo bisogno di sentirci accolti in questo tutto.

La filosofia anarchica, nonostante i suoi difetti e ingenuità, si costituisce come una forma appassionata di umanesimo che osa sognare la costruzione di un paradiso in terra. Nonostante ciò essa è stata, storicamente, la più bistrattata delle ideologie otto-novecentesche: considerata violenta, destabilizzante, guerrafondaia.
Gli anarchici sono stati ovunque perseguitati e più di una volta hanno pagato per colpe commesse da altri: Sacco e Vanzetti, ma anche Pinelli e Valpreda, eccellenti capri espiatori di casa nostra.

I protagonisti dello spettacolo sono due attori di scarso successo: "due cani" per loro stessa ammissione, ben lontani dal mondo istituzionale dell'Arte con la A maiuscola e costretti a vivere di spettacolini allestiti alla belle-meglio in spazi pubblici, col rischio costante di venire interrotti dal "porchettaro" dalla sua bancarella o da sindaco, parroco e parrocchiani in uscita dalla messa. Questi artisti di un teatro povero, ma impegnato, hanno diversi punti di contatto con gli anarchici di una volta: il fatto di essere derisi, isolati e reietti, ma forse soprattutto il fatto che in un tempo in cui la politica ha abdicato il ruolo di ispiratore di qualsivoglia idealità, sono rimasti soltanto gli artisti a cercare di portare umilmente un messaggio umanistico e a inspirare sogni.

Colpevoli di qualche misteriosa colpa, i due vengono scacciati e rinchiusi nel "retro" della chiesa, lasciati a domandarsi il perché di tanto astio e scandalo. Poi la richiesta, perentoria e surreale, di rimettere in scena, lì nel buio e deserto (?) scantinato il loro spettacolo: in una metamorfosi davvero notevole e ben riuscita appaiono quindi quasi magicamente sulla scena Sacco e Vanzetti. Prendono vita le loro parole, la loro pacata ma appassionata difesa in un processo farsa il cui destino è segnato: ai due poveri immigrati italiani non è data altra scelta che quella di essere martiri di della propria idealità altra. Non così i nostri due attori, che, pur altrettanto angariati, precari e oppressi, invece di sentirsi avvicinati nella sofferenza e di ritrovare nell'unione di una solidarietà e azione comune una via di liberazione, si fanno fuorviare nella via senza uscita della lotta tra poveri, accapigliandosi come cani per quattro soldi, il misero cachet dello spettacolo. Purtroppo, in assenza di consapevolezza, critica, idealità e di un fronte comune solidale è questo il panorama che si offre all'uomo contemporaneo: la lotta del povero contro il povero, l'homo homini lupus, l'aberrante azzuffarsi per un posto di lavoro precario e sottopagato conteso al vicino, all'immigrato, al disgraziato. La guerra dei morti di fame.

Ma lo spettacolo non si chiude su una nota pessimistica, anzi, a lasciare il palcoscenico, alla fine, non sono i due attori, ma Sacco e Vanzetti. I due anarchici che, se non fossero stati perseguitati e uccisi avrebbero "volantinato per il resto della vita" e sarebbero stati dimenticati, mentre invece, tragicamente, proprio in virtù della loro morte rimangono un monito, un esempio, una speranza di dignità per tutti coloro che sono oppressi.

La messinscena è rigorosa, essenziale, scarna, ma tanto più calda e viva grazie all'ottima interpretazione attoriale, che sa giovarsi della battuta pronta e fluida come del silenzio , che però non costituisce mai un vuoto, pregno com'è di un ritmo interno che non viene mai meno. L'atmosfera è perfettamente resa anche grazie alle luci, molto curate e espressive e dai costumi. Uno spettacolo che fa riflettere, commuove e fa anche ridere, di cuore. Da vedere.

Compagnia Musella Mazzarella
Al Teatro Ringhiera
da mercoledì 13 a domenica 17 gennaio
da mercoledì 13 a sabato 16 gennaio ore 20.45,
domenica 17 gennaio ore 16.0

DUE CANI
ovvero la tragica farsa di Sacco e Vanzetti
uno spettacolo di e con
Paolo Mazzarelli e Lino Musella
testo di Paolo Mazzarelli
con estratti dalle dichiarazioni di Sacco e Vanzetti
costumi Sartoria Bianch

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