Troia's Discount: pietas e furor al Teatroi

Josephine Magliozzi - Maddalena Peluso - 15.01.2010 testo grande testo normale

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Tags: troia's discount, teatroi, ricci, forte

L’Eneide vista con gli occhi di Ricci/Forte al Teatroi fino al 18 gennaio: la potente e tragica storia d’amore di Eurialo e Niso...

Una drammaturgia originale, forte ed evocativa, capace di raccontare la perversione e la miseria di una società (s)venduta al consumismo e all’apparenza. Un’epica moderna che combina diversi stili e linguaggi, passando, a volta agilmente, altre volte con qualche forzatura, dal gergo ruvido e quotidiano a momenti più poetici, creando un contrasto esteso a tutta la messa in scena.

A rivisitare l’Eneide, dando vita ai personaggi di Didone, Creusa e Lavinia - legate dall’incontro con lo stesso uomo - e concentrandosi sulla struggente storia d’amore di Eurialo e Niso, al centro del nono libro virgiliano, sono i romani Gianni Forte e Stefano Ricci (quest’ultimo firma anche la regia) con il potente Troia’s discount, in scena al Teatroi fino al 18 gennaio.

Difficile non essere sedotti e turbati da questi ragazzi di una qualsiasi periferia di oggi che per combattere la noia del sabato sera decidono di dar fuoco ad un discount.

Uno prospettiva notturna della guerra che si vive ogni giorno, una fotografia impressa su pellicola da 800 asa, dove le luci al neon del supermercato assumono una tonalità di verde-giallo più vicina alla realtà di tutte le immagini ritoccate da cui siamo bombardati in strada, in metro, in televisione.

E i corpi sono di nuovo carne, sudore e sorsi di saliva. Belli perché prima di tutto veri. E puri perché sofferenti. Figure tragiche, ai margini della società, diversamente consapevoli.

Gli oggetti in scena, pochi e quotidiani, da una scatola di corn flex ad una tavola da stiro, riescono invece a trasformarsi in altro: ed ecco che i carrelli del discount si trasformano nell’ennesima Bmw da rubare e le pallottole in bolle di sapone, mentre quelli evocati, rifiutati o desiderati, sono soprattutto status symbol, come quella maglietta D&G pagata 200 euro e mai piaciuta, le offerte tre per due, religione dei consumatori.

Ad aprire il sipario, svelando la finzione della realtà, è una sofferente Didone, trans e puttana, interpretata da Enzo Curcurù, con stivali dai tacchi vertiginosi e maglietta della Nazionale, ritratto angustiante di un’Italia violentata e contaminata, passata per la sua bocca a mò di scanner.
Come non empatizzare con una invasata Creusa, casalinga dolorante e furente, cosciente di meritare una seconda occasione, interpretata straordinariamente da una spiritata e patetica Anna Gualdo.

In bilico tra pietas e furor, immortalati nella caduta libera, quasi fosse un film di Kassovitz, fino ai gironi dell’inferno contemporaneo, si muovono Eurialo e Niso, i fisici e lividi Fausto Cabra, una vera rivelazione, e Alberto Onofrietti, tra mercificazione del desiderio, del corpo e dell’identità.

La parola è sempre associata all’azione, in un gioco fisico e performativo che richiede grande sforzo ma che ripaga pienamente tenendo il pubblico sul filo per l’intera rappresentazione.

Toccante e cupa è la lynchiana prova attoriale della giovane Angela Rafanelli, speaker turbata e frustrata del discount, corpo dolente di una Lavinia efebica e abbandonata.

Ad accompagnare l’azione tragica dei personaggi, oltre alle pennellate colorate e popolari dei costumi di Simone Valsecchi, i rumori della città, le voci off della televisione e quelle in, anche deformate e in contrasto con i corpi in scena; oltre alla riuscitissima colonna sonora, stile Danny Boyle, che coinvolge con il reggaeton di Daddy Yankee, distrae con i familiari ritmi di Adriano Celentano, carica con i Prodigy per raggiungere il sublime e popolare pathos nel finale con Maria Nazionale, come una ballata notturna che congeda il pubblico con il paradosso dell'amore: "Amiamo solo quello che non possiamo avere", forse il grido ultimo di denuncia contro lo stadio estremo della svendita del sentimento.
Un finale muto e toccante, come in un film di Fellini, per chi riesce ancora a sentire.
Un'opera densa di sacra pietas, ricca di riferimenti colti e raffinati, astuta e intrigante senza scadere però nel manieristico. Da vedere assolutamente.

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