Giano Daneluzzo - 01.01.2010
Nella mia immaginazione, la vigilia di Natale, mentre Giulio Bosetti viveva i suoi ultimi istanti, la sua stanza si è riempita di applausi, con un clamore di altri tempi e dolcemente un sipario è calato attorno a lui. Mi piace pensare che li abbia sentiti e che si sia spento con un sorriso ed una lacrima di commozione.
Non perderò tempo a citare le grandi imprese curriculari di Giulio Bosetti, per questo esiste già esaustiva antologia. Mi piace però esprimere quel senso di vuoto che lascia nel mondo una persona così. Mi piace esprimere la mia vicinanza a quanti hanno avuto la fortuna di collaborare con lui. Perché? Già, perché?
Il teatro per molti è finzione, per molta gente è spettacolo, per qualcuno è arte. Per me il teatro ha a che fare con l'utopia di comunicare ciò che si ha in testa, ciò che si sogna, e di farlo proprio come si vuole, andando oltre i limiti imposti dal linguaggio, dal contesto, dalla cultura. E' il sogno di riuscire a collegare i sentimenti di chi esprime e di chi percepisce, senza filtri. Per me il teatro è ancora aggrappato al rito ed affonda ancora le sue fragili radici nel mito raccontato, per renderlo più umano e più vicino alle nostre vite, che si serve della parola come strumento unico ed insostituibile. Per me per il teatro si può vivere e si può morire. E quando andavo al Carcano, che Giulio Bosetti dirigeva, mi sentivo a casa, mi sentivo in un tempio in cui il rito seguiva indisturbato il suo secolare cammino, in cui sapevo che avrei attivato quel magico canale diretto tra i miei sentimenti e quelli dei "teatranti". Ed uscivo turbato e commosso, uscivo felice di essere stato lì, in quella serata unica eppure secolare. E' questo che sapeva fare Giulio Bosetti. Ed uscivo ripetendomi: "Meno male che almeno il Carcano è sempre il Carcano."
Ora, mettendo da parte quel giusto egoismo che mi fa sentire pesante la sua assenza, penso che forse si è spento appena prima di vedere la macchina dell'industria dello spettacolo divorare il suo tempio. Prima di veder solcare quel palcoscenico dai vincitori di "Amici" che si sfidano a duello con gli esclusi del "Grande fratello" in un musical di origine curdo-americana. Addirittura, come nella scenografia di un brutto film americano, ho letto che si voleva fare un supermercato o un parcheggio, al posto del suo tempio. Giulio Bosetti già salvò il Carcano in passato, insieme a dei suoi amici. E credo che il teatro italiano ed in particolare il teatro milanese debba molto a lui ed al suo carattere bellicoso.
Ecco perché proprio durante le feste, mentre si pensa ad abbuffarci, ad ubriacarci, a spendere soldi che nemmeno abbiamo in regali di circostanza, ho deciso di scrivere questo saluto a Giulio Bosetti. Perché abbiamo un sacco di registi, di attori, abbiamo un mondo intero di persone che lavorano nel teatro in Italia. Ma abbiamo davvero poche persone che fanno teatro in Italia. Ed ora ne abbiamo una in meno.