Un Goldoni greve e macchinoso al Teatro OufOff

Lucia Mieli - 12.12.2009 testo grande testo normale

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Tags: Goldoni, Teatro OutOff, Lucia Mieli, Lorenzo Loris

Lorenzo Loris, regista geniale e storico direttore della compagnia del Teatro Out Off, sceglie di confrontarsi, nel suo percorso degli ultimi anni alla riscoperta dei classici, con "La serva amorosa" di Carlo Goldoni.

Lorenzo Loris, regista geniale e storico direttore della compagnia del Teatro Out Off, sceglie di confrontarsi, nel suo percorso degli ultimi anni alla riscoperta dei classici, con "La serva amorosa" di Carlo Goldoni.

Di poco precedente al ben più celebre "La locandiera", il testo è rivelatore di quell’istanza rivoluzionaria del Goldoni riformatore del teatro che mira a svincolarsi dagli stereotipi della Commedia dell’Arte a favore di un maggior realismo che investe tutti i livelli della finzione scenica: dal plot, all’ambiente culturale e sociale fino alla psicologia dei personaggi.
Goldoni si prefiggeva di ritrarre i suoi contemporanei, nei loro vizi e virtù, e di mettere loro davanti, a teatro, null’altro che sé stessi.
Un'operazione resa legittima dalla convinzione ben fondata che ciò che attrae e colpisce maggiormente è in realtà ciò che conosciamo già, rivisto nell’essenzialità e icasticità della finzione scenica.

Proprio in virtù di tale poetica possiamo cogliere, in Goldoni, quella profondità psicologica e quella sottile ma profonda critica sociale che, trascurata nella tradizione, è ritornata in auge nelle messinscene dei grandi registi che si sono confrontati con questo autore negli ultimi 30 anni (per citare qualche esempio la recente Trilogia della Villeggiatura di Toni Servillo, o l’eccelsa edizione di Massimo Castri dello stesso testo). Sotto ai lazzi e agli sberleffi le commedie di Goldoni sono in realtà pregne di realismo, di personaggi profondi alle prese con una lotta all’ultimo sangue contro una società intrinsecamente malata, dominata dal denaro e dalla noia, che soffoca i sentimenti e le aspirazioni naturali.

Proprio questi aspetti rendono l’autore veneziano tanto interessante al giorno d’oggi: molti degli aspetti della sua critica si possono purtroppo applicare anche alla società odierna.

Loris tenta di collocarsi in questo filone di lettura, tenendo conto degli aspetti anche drammatici.
Egli pertanto sceglie di presentarci una macchina scenica spoglia e greve in cui i personaggi paiono schiacciati da un meccanismo inesorabile (metaforizzato dalle, un po’ ‘citofonate’, sovrimpressioni video con manipolazioni di tubi e ingranaggi). Le luci, la scenografia, la prossemica e la messinscena tutta rimandano, ad un marchingegno macchinoso, un lugubre carillon privo di qualsiasi fluidità naturale, che è sì figura dell’articolato sovrapporsi dei piani di Corallina e di Beatrice, ma anche simbolo di un mondo in cui interesse e calcolo prevalgono su ogni cosa.

Le premesse sono tutte buone, ma non sembrerebbe mancare i limiti: non solo i personaggi sottostanno all’ingranaggio che li stritola, ma ne sono parte integrante: statici, noiosi, essi vengono ridotti ad automi privi di sentimenti, a marionette senza vita.
Con ogni probabilità si tratta di una precisa scelta stilitisca, ma che finisce per innervosire e annoiare parte della platea.
L’eloquio infatti è spento e monotono, i gesti meccanici, disarticolati e incoerenti (in particolare Stefania Ugomari Di Blas, nei panni di Beatrice rasenta il ridicolo nel suo gesticolare biomeccanico così isolato e incoerente rispetto alle performance gestuali dei co-interpreti, ben più contenute). Ridotti a robot monotoni, privati del loro realismo umano (che non deve necessariamente essere naturalistico), questi personaggi impediscono ogni impulso di identificazione o empatia.

Non ci rivediamo in loro, per cui, in sostanza, non ce ne frega niente. Che importa di Corallina, Florido, Rosaura, se non sono altro che fantocci?

E senza emozione, a teatro si sa, neanche la riflessione è possibile: persa quindi la critica a una società per tanti versi simile alla nostra, persa la rivincita di valori altri sull’interesse e l’avidità che costituisce il messaggio catartico originario della commedia.

Gli unici momenti in cui si respira un po’ di sano realismo umano, e che infatti rubano alla platea qualche timida risata, sono i siparietti comici di cui è protagonista Arlecchino, il bravissimo Nicola Ciammarughi.

Nonostante gli ottimi interpreti come Elena Callegari, forse un po’ matura come servetta - con la conseguenza di annullare uno dei cardini del dramma: lo scontro interiore tra onestà e interesse, anche amoroso, in Corallina - o Giovanni Franzoni, Giorgio Minneci, Paola Campaner, che anche in altre occasioni hanno dimostrato di essere attori straordinari, nonostante la presenza di ottimo regista come Lorenzo Loris che spiega nelle note di regia: "La nostra intenzione è quella di affrontare questo testo senza pregiudizi, scevri da tutti gli orpelli dell’iconografia settecentesca proponendoci di affidare solo alla parola la forza che può sostenere la nostra avventura, con l’obbiettivo di darne una lettura forse anche non convenzionale ma consapevoli che per quanto rischiosa possa essere questa operazione crediamo sia necessaria per afferrare la potenza dirompente della “parola goldoniana” nascosta dietro un’apparente superficie". Al pubblico va lasciata l'ultima parola...

19 novembre > 20 dicembre
Teatro Out Off, presenta
LA SERVA AMOROSA  
di Carlo Goldoni
con Elena Callegari (Corallina), Giovanni Franzoni (Ottavio), Giorgio Minneci (Pantalone), Paola Campaner (Rosaura), Stefania Ugomari Di Blas (Beatrice), Alessandro Tedeschi (Florindo), Nicola Ciammarughi (Arlecchino), Emilio Zanetti (Brighella), Davide Giacometti (Lelio)
scene Daniela Gardinazzi
costumi Nicoletta Ceccolini
consulenza musicale e musiche di Andrea Mormina luci Luca Siola ; fonica e video Fabio Cinicola ; foto Agneza Dorkin
Produzione Teatro Out Off 
     Lo spettacolo ha debuttato al Teatro Out off il 3 giugno 2008


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