Processo rivoluzionario al Teatro della Contraddizione

Giovanni Bertuccio - Maddalena Peluso - 05.12.2009 testo grande testo normale

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Tags: Affare Danton, Teatro La Madrugada, Raul Iaiza, Simone Lampis

Secondo le tecniche dell’Odin Teatret la Compagnia La Madrugada mette in scena “L’Affare Danton”, trasformando lo spazio di via Braida nella “stanza sudicia della Rivoluzione”...

“Voglio che finisca il Terrore proprio perché sono uno di quelli che l'ha instaurato. Tu dimentichi che noi uomini siamo fatti di carne ed ossa! Che ne sai tu del popolo? Vuoi fare la felicità del popolo se tu stesso non sai cosa voglia dire essere un uomo?”.
Danton - Stanislawa Przybyszewska


La finzione ha inizio ancora prima dello spettacolo. Ad accogliere gli spettatori sono gli stessi interpreti porgendo le coccarde che faranno del pubblico gli spettatori-giudici del “processo alla rivoluzione”.

In un gioco che ingloba circolarmente il pubblico, “collaboratore dello spettacolo” secondo tecniche tanto care all’Odin Teatret, al Teatro della Contraddizione, la Compagnia Teatro La Madrugada mette in scena “L’Affare Danton”, regia di Raùl Iaiza, trasformando lo spazio di via Braida nella “stanza sudicia della Rivoluzione”.

Al centro dello spettacolo, tratto dall’opera teatrale degli anni trenta della polacca Stanislawa Przybyszewska - già ispiratrice del film Danton del connazionale Andrzej Wajda - c’è la fase ultima della rivoluzione, il periodo della sua decadenza rappresentato dal “personaggio – fantoccio” di Robespierre, ben interpretato da Alessandro Borroni, dalla recitazione nervosa e nasale, un irritante falsetto che non lo abbandona nemmeno durante le frequenti “uscite dal personaggio” (“a parte” in cui gli attori si beccano tra loro rendendo incomprensioni e prese in giro fisiologiche allo spettacolo e all’interazione con il pubblico, chiaro riferimento a “La persecuzione e l'assassinio di Marat”, di Peter Weiss) vittima della cieca abnegazione al suo ideale, che si tramuta in una religione dogmatica e totalitaria.

A fare da contr’altare c’è Danton, promotore di una rivoluzione a misura d'uomo che segua il corso della necessità e del possibile, messo in scena da un fisico ed empatico Simone Lampis, ben calato nel ruolo, compiacente e raffinato. Al loro fianco, fanno da contorno, creando una popolare caciara, fungendo in un certo qual modo da coro le rispettive mogli - puttane, Emanuela Mancosu e Monica Zipparri.

A scontrarsi non sono solo due uomini, ma due modi di agire e di pensare: la storia con la cronaca, la vita e la morte e in un ultimo, l’amore di due amanti.

A guidare le sorti della vicenda il boia, una tecnica e inquietante Roberta Secchi, coscienza dell'inevitabilità delle cose: la sua presenza lascia trasparire il suo rassegnato pensiero: “fallo perché va fatto, la vostra natura è questa!”, padroneggiando un controllo e una sicurezza del personaggio e del ruolo, tipico del traning di scuola barberiana.

Di grande impatto la scenografia, composta in gran parte dalle funzionali “sculture in legno”, di Franco Koehler - accessori di Gabriele Guglielmetti e Teatro la Madrugada - che gli attori utilizzano con dimestichezza ed efficienza, lasciando trasparire un lavoro non indifferente, trasformando la scena in camera da letto, tribunale, patibolo, fossa, palchetto.

L’azione è centrale ma si dilata fino alle spalle degli spettatori, lo spazio usa il tempo, colloca l’occhio dello spettatore all’interno di uno spazio che solo nella successione temporale del guardare viene mentalmente ricostruito ed è quindi avvolgente e coinvolgente, concretizzandosi di materia negli oggetti, nei suoni, nei costumi.

Un’opera che si offre a più livelli di lettura, ricca di citazioni e riferimenti decisamente colti, da Camus con L’uomo in rivolta, a Weiss, al chiaro omaggio a Heiner Muller con “La missione”, a Rousseau, con i richiami alla morte, la pala, il catino, la ghigliottina, Danton con gli occhi fasciati di nero, il legno delle casse mortuarie, gli arnesi del boia, ed espliciti segnali erotici, dalle mogli lascive e pronte a darsi al vincitore, agli incontri segreti, ai travestimenti.

La ricerca investe anche il contesto linguistico, attualizzandolo. Ed ecco Danton dare dell’isterica a Robespierre, e esprimere le inquietudini dell’uomo del ‘700 con un “sono fottuto”, la musica ha per tema la follia, dell'edizione vivaldiana, e nelle variazioni di Marais. La follia dell'assurdo, il “non senso” della messa in scena evidente nella caoticità ludica che la rappresentazione necessita, oltre a musiche del tempo della rivoluzione francese, elemento essenziale per la propaganda politica.

Lo spettacolo si propone di denunciare la possibilità che un ideale puro si trasformi nel suo esatto opposto: il terrore. E come nell’opera "Manderlay", di Lars Von Trier, feroce critica antiamericana, in cui gli uomini tentano di portar la pace usando la guerra, prende corpo il concetto chiave nella politica moderna e ispirato al principe di Macchiavelli, della “necessità” che prevale sulla “legge morale”.
Agli spettatori è lasciato il giudizio finale.

L'Affare Danton
Dal testo di Stanislawa Przybyszewska
Regia e drammaturgia: Ral Iaiza
Con: Alessandro Borroni, Simone Lampis, Emanuela Mancosu, Roberta Secchi, Monica Zipparri
Spazio scenico: Teatro La Madrugada
Costumi: Monique Bertrand, Ana Maria Luisa Romano e Teatro La Madrugada
Accessori: Gabriele Guglielmetti, Franco Koehler e Teatro la Madrugada
Sculture di scena: Franco Koehler - Decorazioni: Antonio Bruno
Musiche: Sonata a 3, La Follia (RV 63) di Antonio Vivaldi Canti del tempo della Rivoluzione Francese
Elaborazione sonora: Pablo Palacios - Disegno luci: Paolo Casati
Foto: Lorenza Daverio - Grafica: Julio Paz - Assistente alla regia: Manuela Frontoni

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