Isabella Sala - 30.04.2008
Sonate Bach si snoda in 11 quadri densi di contenuto e di movimento, concentrati ed impegnativi. Una testimonianza delle tragedie che, a diverse latitudini, nell'ultimo decennio o poco più, sono esplose nel grembo dell'umanità: rappresaglie, attentati, stermini. Rivelatore dell'approccio cronachistico, scelto da Sieni, è il sottotitolo della performance: di fronte al dolore degli altri. Di fronte, non accanto, perché non è il lato emozionale della vicenda, su cui si vuol far leva, ma quello storico, fattuale. Non si partecipa, si assiste. Non si racconta, si registra. Tutt'al più si fa memoria.
Sullo sfondo uno schermo nero con didascalie proiettate, come titoli in sovraimpressione nei tg, che indicano date e luoghi: Jenin 3 - 11 aprile 2002, Kabul 5 marzo 2007 ecc... Sulla scena, invece, quattro interpreti si avvicendano per mostrare il dramma evocato, con una qualità incisiva, vibrante, a tratti tagliente, della danza, altrove cadenzata, quasi corale; comunque sempre bilanciata da un'alta precisione tecnica, utile ad alimentare l'atmosfera lucida e distaccata, ma anche in parte, ad oggettivare il dolore presentato.
Fra le perfomance un video di Adriano Sofri sui cani di Sarajevo (1994), in singolare sintonia con la musica di Bach, che scandisce tutta la performance, costituisce l'altra faccia dell'orrore, quella umana o meglio bestiale, unico spiraglio lirico dell'intero spettacolo.
Sonate Bach esemplifica un impiego descrittivo, denotativo della danza, originale e poco frequentato. Si tratta di un approccio forse cerebrale, impegnativo da fruire, ma certo felice, perché
testimonia la fecondità di una disciplina realmente versatile, con potenzialità, evidentemente, ancora inespresse.