Konchalovsky al Parenti: tutti i colori di Cechov
Silvia Pizzi - 21.11.2009

Tags: Konchalovsky, zio vania, anton cechov, silvia pizzi
La dinamica che vince sulla parola. L'intenzione di una frase nell'espressione di uno sguardo. Uno spettacolo che avvicina a Cechov e ai suoi personaggi vivono di miraggi.

Quando si assiste ad uno spettacolo in lingua originale, il timore è sempre quello di perdersi delle cose. E, sì, spesso avviene.
Ci sono però alcuni casi in cui il fatto che l'attenzione venga distolta da ciò su cui normalmente ci si concentra, aiuta a godere di altri aspetti che generalmente si notano meno.
La dinamica che vince sulla parola. L'intenzione di una frase nell'espressione di uno sguardo.
Venerdì 20 novembre ha debuttato al Teatro Franco Parenti, in anteprima mondiale, lo Zio Vania di Andrei Konchalovsky, uno dei più importanti registi teatrali e cinematografici viventi, che raggiunse il suo primo successo trent'anni fa, proprio con una trasposizione cinematografica dell'opera di Cechov.
Konchalovsky riprende oggi in mano il testo, dopo aver fatto i conti per tutta la sua carriera con l'universo creativo dell'autore, che considera un modello di poetica e conoscenza dell'anima russa. Il risultato è uno spettacolo che conserva la leggerezza e l'originale umorismo della versione cinematografica (che tanto affascinò Woody Allen), ma approfondisce le tensioni tra i personaggi, colti nel loro aspetto derisorio e tuttavia protesi nell'ansia di vivere.
La compagnia è costituita da grandi attori del panorama teatrale russo, tra cui anche l'attuale quarta moglie di Konchalovsky, Julia Vysotskaya. E chiunque non la conosca e stia pensando allo stereotipo dell'attrice che si sposa il grande regista e gira il mondo, se lo scordi immediatamente. Perché vedere la Vysotskaya, mascolina e sgraziata, gobba, sbilenca e dalla voce grave, interpretare gli struggenti monologhi di Sonja, è un privilegio che lascia sconcertati e commossi.
Quella di Konchalovsky è una versione modernizzata dello Zio Vania di Cechov.
Non nel testo, al quale il regista resta estremamente fedele (almeno per quanto si possa evincere dai sovratitoli in italiano!) ma, piuttosto, nell'approccio.
Cambi scena dichiarati, effettuati, davanti agli occhi dello spettatore, da addetti ai lavori che irrompono in scena montando e smontando, spostando oggetti, spazzando per terra, sistemando gli attori in posizione, mentre dietro di loro vengono proiettate foto d'epoca, come immagini del traffico di Mosca ai giorni nostri, creando una sospensione spazio-temporale che contribuisce all'attualizzazione.
Ma soprattutto il modo di dire le battute e di stare in scena degli attori, i quali vivono le parole di Cechov in tutte le loro possibili sfumature che non conoscono solo la gamma del grigio, come in molti tendono a credere. Cechov non parla di eroi, parla di persone comuni, banali, infelici, sconfitte. Annoiate. Che, però, è diverso da noiose.
A volte capita di vedere Cechov messo in scena rappresentando la noia. E ci si annoia.
Konchalovsky sceglie di mettere in scena vite e sentimenti raccontati senza pathos né tristezza e passioni tanto fuori misura da sconfinare sopra le righe.
Gli attori sul palco sembrano talmente a proprio agio che si direbbe di star assistendo ad uno spettacolo rodato da mesi di messe in scena e non ad un'anteprima mondiale assoluta.
Attori presenti in scena, sempre, sia da protagonisti, che da coro, che da semplice sfondo. Tutti in ascolto di quanto accade, facendolo accadere davvero, in quel preciso momento, davanti ai nostri occhi. Nulla sembra avvenire meccanicamente. Succede, ecco tutto.
E in scena si divertono sul serio e poi soffrono sul serio ed il pubblico ride e piange con loro.
E così, quando la vecchia balia arriva da fuori correndo, entra in scena col fiatone e paonazza in viso. O quando Astrov e Zio Vania sono ubriachi, inciampano. E quando qualcuno parla, gli altri ascoltano. E non importa cosa stiano dicendo, anche perché per quanto ne sappiamo noi potrebbero anche star citando barzellette russe. È tutta una questione di come.
La lingua russa, poi, a differenza della nostra, suona talmente priva di arzigogoli e variazioni tonali che sembra il risultato di un lavoro di limatura e pulizia del superfluo, pare talmente ridotta all'osso da non contenere in sé neppure il germe del rischio di una sovrainterpretazione.
Questo forse aiuta perché, non potendosi appoggiare sulle intenzioni con cui le parole vengono dette, si è costretti a concentrarsi sulla dinamica che le spinge.
E la dinamica arriva, arriva eccome, dall'inizio alla fine.
Al momento degli applausi il pubblico è commosso. Gli attori, applauditissimi, vengono raggiunti sul palco da Konchalovsky che sorride soddisfatto a questa prima.
Uno spettacolo che aiuta ad avvicinarsi un po' di più a Cechov e all'universo dei suoi personaggi che quando manca la vita vera, vivono di miraggi.
ZIO VANIA (spettacolo in lingua originale, sovratitolato in italiano)
di Anton Cechov
regia e scenografia: Andrei Konchalovsky
con: Alexander Filippenko, Natalia Vdovina, Yulia Vysotskaya, Irina Kartasceva, Pavel Derevyanko, Alexander Domogarov, Alexander Bobrovsky, Larissa Kuznetsova, Olga Suchareva
costumi: Rl Chomskyustam Chamdamov
musiche: Eduard Artemyev
direzione artistica: Pavel Chomsky
TEATRO FRANCO PARENTI
Dal 20 al 22 novembre
ore 21.00
Via Pier Lombardo, 14 - 20135 Milano
Tram 16, 29, 30
Autobus 62, 77
MM3 (Fermata Porta Romana)
Fermata RadioTaxiATM - Via Pier Lombardo 14
BIGLIETTI
Intero: 32.00
Ridotto under 25: 22.00
Ridotto over 60: 16.00
Ridotto under 18: 10.00
INFO E PRENOTAZIONI
02/59995206
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