Non parlano ma fanno tanto: malinconici clown al Filodrammatici

Maddalena Peluso - 20.11.2009 testo grande testo normale

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Tags: Maddalena Peluso, Teatro dei Filodrammatici, Luciano Colavero, 2(due)

Un divertissiment genuino, talmente privo di qualsiasi pretesa cerebrale da acquistare il senso profondo delle opere geniali al Teatro dei Filodrammatici

"Qualsiasi cosa si svolga sulla scena ha un inizio e una fine, e soprattutto non ha alcuna conseguenza: l'esatto opposto di quanto accade nella realtà, dove ogni azione ha effetti che più si allontanano, meno sono prevedibili, tanto da risultare imponderabili"
Sławomir Mrożek, Teatro e realtà, in "Dialog", 1989


Un divertissiment genuino, talmente privo di qualsiasi pretesa cerebrale da acquistare il senso profondo delle opere geniali.
Una nenia mimica e strampalata che non vuole insegnare nulla, capace di emanare energia come una filastrocca di Gianni Rodari ma che nasconde una malinconica allegria beckettiana.

Fino al 22 novembre il Teatro dei Filodrammatici di Milano ha ospitato lo spettacolo 2 (due), regia e drammaturgia del giovane Luciano Colavero, già assistente di Peter Stein capace di manovrare perfettamente due “pupi”, tra Chaplin e Buster Keaton, clown pasticcioni e poetici, emigranti un po’ retrò, nostalgici farneticanti e ilari schizofrenici come appena usciti dalla gang di Roger Rabbit.

Sul palco nudo con al centro una tetra pila di valigie “di cartone”, cliché dell’emigrante doc, per settanta minuti i due attori Andrea Pangallo, fumetto irriverente e angelicamente nevrotico, e Francesco Villano, austero e grottesco, giacca cravatta e cappellino della Roma, attendono immobili gli spettatori per poi dimenarsi farsescamente in sette false partenze, o arrivi, sulle note della splendida e poco nota “Fa qualcosa” di Mina. La voce del passato per uno spettacolo in bianco e nero che riesce a non annoiare mai per settanta minuti e pochissimi parole, più che altro surreali non sense ripetuti all’infinito.

I due attori prendono a piene mani dalla Commedia dell’Arte, dal repertorio della clowneria inserendole in un contesto lunare e spiazzante che funziona proprio perché abbandona ogni smania di intellettualismi e enigmatici significati.

Ed è così che la filastrocca infantile “la macchina del capo” diventa una melodica preghiera e una prova mimica che strappa l’applauso, tra capitomboli, cerini che si spengono, cartoline, biglietti del treno, fischi e sberleffi si alternano a silenziosi interrogativi e imbarazzanti sguardi che disorientano gli spettatori, come da perfetta tradizione del mimo moderno.

«Lo spettacolo – spiega Colavero nelle note di regia - era nato dall’idea di realizzare una versione muta della pièce di Mrozeck “Emigranti”, ma le relazioni sottili tra personaggi, i piccoli gesti, gli sguardi rubati, i rituali di azioni fisiche minime, i dialoghi muti che abbiamo esplorato in improvvisazione, ci hanno spinti a trovare una forma diversa: siamo arrivati così a una partitura di immagini e silenzi beckettiani» Una pièce, realizzata in collaborazione col Mimecentrum di Berlino, che vi pentirete di aver perso...


2 /Due)
drammaturgia scenica diretta da Luciano Colavero
con Andrea Pangallo, Francesco Villano
drammaturgia e regia Luciano Colavero
compagnia La Fiera
Vincitore ex-aequo FESTIVAL PRESENZE_1
Realizzato in collaborazione col Mimecentrum di Berlino
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