Elzeviro dal passato sul futuro del teatro...

Maddalena Peluso - 30.09.2009 testo grande testo normale

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Tags: Roberto De Monticelli, Maddalena Peluso, Teatro dell'Arte, Teatro Strehler

30.09.1973 Roberto De Monticelli scriveva per Epoca: "Gentile lettore, immagina che questo dialoghetto avvenga in un imprecisato anno del nostro futuro..."

Un dissacrante e profetico scritto fantastico - morale del grande cronista teatrale Roberto De Monticelli, scovato tra le spendide pagine de "L'Attore" pubblicato dalla Garzanti (1988, fuori commercio). A 36enne dalla sua stesura lo abbiamo trascritto con devozione...

DIALOGO IN UN IMPRECISATO FUTURO TRA UN EX CRITICO E UNO SPETTATORE
Gentile lettore, immagina che questo dialoghetto avvenga in un imprecisato anno del nostro futuro. Fissare una data è rischioso, il tempo passa così in fretta.
"Lei dunque faceva il critico di teatro?".
"Appunto signore. Quando questo mestiere esisteva ancora. Fummo gli ultimi, io e pochi altri. Ed eravamo guardati con una curiosità preoccupata, come i superstiti esemplari di una specie in estinzione".
Strano lavoro infatti. Oggi non sarebbe pensabile.
"Eh, cosa vuole. Oggi c'è un teatro e la critica non è più necessaria. L'arte lei mi insegna parla di per sé e non ha bisogno di intermediari a livello di mass media. Ma allora erano anni duri, si andava a tentoni: la classica fase di passaggio. Sicché poteva essere di una qualche utilità uno spettatore privilegiato e, nei limiti delle proprie personali possibilità, competente, che avesse il diritto d'esprimere in pubblico la propria opinione".
"Non lo metto in dubbio. Ma si trattava pur sempre di pareri, legati alla formazione, all'ideologia e anche agli altri umori di una persona; e magari al grado di umidità dell'aria. Oggi, col computer di gradimento, le esigenze di imparzialità di non spettatori sono molto più garantite".
"Il computer di che?"
"Di gradimento. Non ne ha mai sentito parlare? Ma dove vive lei, scusi?"
"Le dirò: mi sono veramente ritirato. Ho una piccola casa in campagna…."
"E non sa che in alcuni punti particolarmente sensibili della città – sensibili la sera, tra le diciannove e le ventuno – esistono, sistemati in cabine simili a quelle telefoniche, tali utilissimi apparecchi? Uno vuole andare a vedere un film, uno spettacolo teatrale? Bene, mette nel computer una scheda traforata che gli viene fornita dall'apparecchio stesso – come i gettoni di una gettoniera, mi capisce? – e ne riceve un consistente cartoncino su cui può leggere oin termini chari e sintetici tutte le notizie che gli servono sulla commedia o sul film in questione. E noti che le schede di domanda possono variare, secondo i gusti e le esigenze dell'utente. Si tratta di schiacciare i bottoni giusti. Se uno desidera una serata di evasione deve dirlo alla macchina, che lealmente gli risponderà, modificando la propria diagnosi sul medesimo spettacolo teatrale o cinematografico in modo da adattarla alle richieste – e persino al livello culturale – del fruitore. In questo modo si elimina ogni possibilità di equivoco e di inganno".
"Magnifico. Ora capisco perché teatri e cinema sono sempre pieni".
"Sempre. Il computer di gradimento, caro signore, ha risolto la crisi."
"Eh immagino. E mi figuro anche che teatranti e cinematografi regoleranno la propria creatività e produttività su questo computer".
"Beh, in parte. Ma meno di quanto si potrebbe credere. Certo, il più della produzione è di genere leggero, digestivo. Ma abbiamo sempre, qui a Milano, un Piccolo Teatro, che col suo Strehler…"
"Già, Strehler. So che è sempre, eroicamente, sulla breccia. Ai miei tempi era il più bravo".
"E lo è ancora, caro signore. Ha i suoi annetti sulle spalle ma come lui non ce n’è. Per la prossima stagione, ad esempio, annuncia un Brecht, uno Shakespeare e un Cechov".
"Ecco, ecco".
"Lei dirà che si ripete. Ma quando uno si chiama Strehler…D'altronde non dimentichiamo che il Piccolo ha bisogno di classici. Deve battersi contro la spietata concorrenza che gli fa, qui a Milano, il Teatro Stabile dei Legnanesi".
"I Legnanesi? Ma no! Mio giovane amico, abbia pazienza ma la mia deplorevole misantropia e un preoccupante abbassamento della vista mi vietano da qualche tempo la lettura dei giornali. I Legnanesi poi sono il mio punctum dolens. Li ho quasi sempre ignorati e, debbo riconoscere, a torto".
"Sicché non sa che l'Assessorato alle Ripartizioni Culturali dopo averli più di una volta premiati con medaglie e "Ambrogini d'oro" li ha alloggiati al Teatro dell'Arte sontuosamente restaurato".
"Ricevono una sovvenzione a titolo di puro prestigio perché, con gli incassi che fanno, non ne avrebbero di certo bisogno. Ma così, sospinti dalle prose dei loro raffinati esegeti, sono entrati nell'istituto del teatro pubblico e vi rappresentano, in chiave di dialetto, lo spontaneismo nazional-popolare".
"E la nuova sede del Piccolo?"
"Be ci sono dei progetti.."
"Ho capito grazie delle informazioni. Penso che debbo proprio andare. L'ora del mio treno si avvicina Resti ancora un poco la prego. E' così raro imbattersi in un ex critico d'arte. C'è ancora in circolazione qualche critico di cinema ma vanno rapidamente scomparendo anche loro".
"Il computer già"
"Non è solo il computer, mio illustre amico. "L'impazienza della gente, le esigenze dell'industria. Non c'è da meravigliarsi se oggi tutti i giornali sono abbonati al servizio del computer e ne pubblicano via via le schede, scegliendo quelle che si rivolgono allo spettatore medio. Così per ogni spettacolo cinematografico o teatrale compare la stessa, chiamiamola così, recensione. I vantaggi per il pubblico, non più sviato da opinioni contrastanti, sono palesi".
"Infatti. Quanto ai critici letterari, erano già scomparsi fin da allora, mi ricordo"
"Ah quelli, poi, chi li leggeva più?" "Eppure devo confessarle che, come molti altri della mia generazione, quel po' che so della letteratura e dell'arte moderna l'ho acquisito più dal lavoro dei critici che dalla diretta conoscenza delle opere. Sa, allora la civiltà del computer era appena agli inizi. Non si aveva il tempo di leggere e vedere tutto".
"Tempi nuovi, certo, gente diversa. Ma per questo lei è un tipo così interessante, caro signore. Scusi la familiarità: posso offrirle qualcosa?"
"Solo acqua e limone, grazie."
"Ehilà, bottega. Le dicevo dunque che lei è una persona interessante perché essendo così irrimediabilemente fuori moda, rischia di apparire proiettata verso il futuro. Non le chiederò di dar la stura ai ricordi della sua vita professionale. Temo il patetico quanto lei, credo, che per tanti anni ha avuto il compito d'esercitare pubblicamente il gusto. Vorrei domandarle soltanto questo, ecco: che impressione le fa oggi, ripensandoci a distanza e a mente fredda, il teatro dei suoi tempi?".
"Domanda peregrina. Cosa vuole che le dica? Era un teatro che non sapeva decidersi. Sembrava sempre lì lì per scendere in platea, per abolire, voglio dire, ogni divisione tra spettatori e attori. Tutti attori e tutti spettatori insieme. Ritorno alle origini prima del teatro, dicevano alcuni. Sua morte sicura, proclamavano altri. E le esigenze rivoluzionarie…"
"Ci fu dunque una rivoluzione? Mai sentito parlare".
"Ma no, aspetti. Ci furono semplicemente degli anni, fra il '68 e il '72 in cui parve che il teatro dovesse essere l'anticamera di quella rivoluzione che poi non si fece.
"Volevo ben dire. Era un'illusione perniciosa, sia per la rivoluzione sia per il teatro".
"Mah, non so. Alla mia età non si hanno più opinioni, solo sentimenti. Uno dei miei sentimenti superstiti fu sempre, per esempio, il sentimento della parola: non il gusto, la predilezione intellettuale o come si derebbe la scelta critica; proprio il sentimento (cioè la passione o, detto romanticamente, l'amore) della parola. Mi toccò invece un teatro a favore del gesto: e dell'immagine in genere. Tuttavia a poco a poco, e rimediando a un evidente ritardo culturale, a quel modo di fare teatro mi abituai; anzi ci presi gusto. E mi parve che, così come ci era prospettato esso restituisse valore proprio alla funzione del critico. C'erano tutti quei segni nuovi da spiegare al pubblico ignaro… Senonchè, a poco a poco mi accorsi che si stava andando verso un formalismo d'èlite, tutto sommato, abbastanza evasivo. La cosa finì per non interessarmi più molto. Ma sa, l'abitudine, il mestiere. A ogni inizio di stagione la speranza rinasceva. E le cose non cambiavano: clamorosi successi commerciali (del tipo musical e commedia leggera), classici rivisitati da grandi registi; e questo teatro dell'immagine del gesto, questo trionfo, nei casi migliori, della forma e della sensazione…"
"Eh certo, capisco il suo sconcerto. Se lei pretendeva ancora la parola…"
"Il fatto è, caro signore, che la parola…che il gesto…meglio che questa contrapposizione…Eh, ci sarebbe da discutere a lungo. Ma vedo che la mia acqua e limone si avvicina. Grazie dell'attenzione. Debbo proprio andare. Una domanda soltanto, visto che lei si interessa a questi problemi…C'è oggi qualche nuovo, interessante scrittore di teatro?"
"Scrivere per il teatro? Cosa significa?"

Roberto De Monticelli - Epoca, 30 settembre 1973

Segnaliamo che gli scritti di De Monticelli sono stati raccolti nel 1997 in "Le mille notti del critico", edizioni Bulzoni.

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