Godot, Teatro Libero, aspettando

Aspettando Godot : lÂ’impressione di esistere

Roberta Ranaldi - 23.04.2009 testo grande testo normale

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Al Teatro Libero, una sensoriale interpretazione del celeberrimo testo di Samuel Beckett, affidata alla regia di Gianfranco Pedullà, alle musiche di Marco Magistrali, con Marco Natalucci, Nicola Rignanese, Daniele Bastianelli, Alessandra Bernardeschi, Tito Anisuzzaman.

Gli scricchiolii delle sedie e del palco di questo teatro inquietano.
Ma non meno le due sagome che spiccano su uno sfondo rosso fuoco.
Vladimiro ed Estragone. Due mendicanti di vita.
Due corpi e due anime ammaccate e pericolanti. Intrepide, sospese tra ansia e inazione.
Uno sfondo scarno, dove spicca un albero completamente spoglio e inanimato, quello che dovrebbe essere un salice ridente che con le sue foglie cadenti scandisce il tempo e le sue stagioni.
Un luogo che non offre niente.
Solo desolazione e paura.
Eventi misteriosi e violenti che tormentano Estragone ("Gogo") durante la notte.
Fitte lancinanti scandiscono il tempo per Vladimiro.
Un dolore che trafigge il corpo e l'anima o che Vladimiro trasferisce dall'anima al corpo quando c'è qualcosa che lo scuote, che sia un pensiero scomodo, uno stato emotivo alterato, ma persino la gioia e il riso.
Lo fa soffrire persino gioire. Non può ridere a squarciagola ma deve accontentarsi di sorridere amaramente.
Un impulso di fuga appare periodicamente nel testo come nella rappresentazione.

"Andiamocene"
"Non si può"
"Perché?"
"Aspettiamo Godot"

L'attesa e l'inazione i principali protagonisti della messa in scena, incarnati in modo esemplare rispettivamente da Vladimiro e da Gogo.

La stasi. Gironzolare intorno ai pensieri senza muovere un passo.

Aspettando Godot, perché d'altronde "Non fare niente è più sicuro".
Agire implica il rischio che possa succedere qualcosa, qualcosa che non è sempre certo ma probabilistico.
Così persino il suicidio viene rimandato, per paura di cosa potrebbe succedere se qualcosa non funzionasse, se l'albero, lo spoglio, morto e debole albero non fosse sufficientemente bravo a fare il suo dovere.
Quello che succede, pur nella sua intangibilità e irrealtà è frutto del caso e degli altri, come la sconvolgente apparizione delle misteriose e morbose figure, Pozzo e Lucky, accompagnate da stridenti rumori metallici che scandiscono i passi delle loro sembianze storte e contorte, corrose dal tempo e dagli eventi, rappresentazione di un'umanità distorta e annichilita dalla brutalità, dal dolore, dalla violenza verbale, fisica e psicologica. Due corpi, due menti e due anime rovinate.
Pozzo, arrogante e dispotico, Lucky, silenzioso, esile, inquietante e ambiguo nellÂ’intensa interpretazione di Alessandra Bernardeschi.
Agisce su comando, con più solerzia di un animale da soma. Si punisce fisicamente e psicologicamente. Pozzo lo tiene legato con una corda al collo. Un legame che annienta la persona o quel che resta della sua dignità. Lucky si muove nevroticamente, sentendosi imprigionato da una rete invisibile. E' uno knut, una nuova figura di schiavo, frutto di una società bruta e violenta per un attimo collocata nel nostro tempo col richiamo alla moneta in corso.

Vladimiro e Gogo si muovono con noia "per avere l'impressione di esistere", “Aspettando Godot”.

Assolutamente fuori discussione erigersi a interpreti del testo di Beckett.
Tanto più difficile fornire una chiave di lettura originale e illuminante del misterioso Godot e del significato recondito delle parole semplici, nude e crude che Beckett è riuscito a regalare a generazioni intere e che, nascondendo un senso troppo profondo per essere compreso e allo stesso tempo un non-sense continuo, conferiscono al tutto un fascino senza tempo.
Allusivo, evocativo, apocalittico e ironico, tra le forme possibili di teatro "Aspettando Godot" è una pietra miliare, che merita di essere letta, osservata e ascoltata con più sensi e con la sensibilità propri del momento interiore in cui ognuno di noi si trova. Un rebus che può durare tutta la vita e che può avere una moltitudine di soluzioni che soltanto Godot in persona potrebbe commentare o smentire.
Beckett diceva che “Se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione” . Per fortuna non lo ha fatto.

Se da un lato l'interpretazione di un testo teatrale universalmente riconosciuto come "Aspettando Godot" può rappresentare un valido richiamo, dall'altro può rivelarsi un'arma a doppio taglio proprio per la grande aspettativa del pubblico e i numerosi elementi di paragone con rappresentazioni passate.
Il Teatro Libero e i suoi interpreti hanno reso una interpretazione molto sensoriale del testo, in particolare attraverso la modulazione dei suoni, delle voci, dei rumori.
La location affascinante ed essenziale, riesce a dare risalto alla rappresentazione, ai corpi e alle parole, ma ha il difetto di non essere del tutto "insonorizzata".
Un costante scricchiolio di legno e un'acustica non totalmente perfetta, complici le risultanze di una naturale vitalità del pubblico, quasi tutt’uno con la scena nella struttura del teatro, non riconoscono talvolta la giusta sacralità al testo e alla bravura degli attori che riescono a riempire vuoti e pieni del testo, tenendo sempre viva l’attenzione e donando una caratterizzazione molto personale e moderna dei personaggi.


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