A tu per tu con un regista dall'animo deciso: Gaetano Ievolella

Beatrice Elerdini - 16.12.2008 testo grande testo normale

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Tags: gaetano ievolella,teatro,cinema,leggero fastidio,tornatore,andrea ramilli,firenze,consulente,intelligenza emotiva

Abbiamo trascorso una serata milanese, al riparo dal freddo che incombeva sulla città, in compagnia di Gaetano Ievolella, alla scoperta dell'identità di un regista fortementente concreto, dalle idee chiare e con il sogno della cinematografia per il prossimo futuro.

D: Ci spieghi brevemente cosa significa per te, essere un regista? R: Essere regista per me fondamentalmente è una via per poter esprimere concetti, punti di vista, perplessità sulla realtà che ci circonda, uno strumento di comunicazione tra me e il pubblico. Si diventa registi nel momento in cui si ha qualcosa da dire, qualcosa da contestare, un punto di vista, che si intende rendere noto. Per me è necessariamente una seconda attività, considerato che col solo guadagno teatrale, sono in pochi a poter sopravvivere. La mia prima attività "sostentatrice" è quella di consulente aziendale a Firenze, per una società farmaceutica. In realtà, all’interno di questa mia prima attività, riesco a far sconfinare anche il teatro: tengo corsi, ad esempio di intelligenza emotiva, durante i quali insegno anche alcune tecniche che provengono dal teatro.

D: Hai frequentato qualche scuola di specializzazione? R: Si ho frequentato per due anni la scuola Comuna Baires, dove ho conosciuto Andrea Ramilli, il protagonista di "Un leggero fastidio" di H. Pinter, che ho portato in scena proprio quest’anno anche al teatro Arsenale.

D: Qual è stata la prima opera che hai portato in scena? E dove? R: Nel 2001, ho portato in scena al teatro Villoresi di Monza "Jaques e il suo padrone" di Milan Kundera, rifacimento dell’opera di Denis Diderot "Jaques il fatalista".

D: A quale opera ti senti più intimamente legato? R: Indubbiamente la rappresentazione a cui sono più legato, è l’adattamento teatrale di un film di Tornatore "Una pura formalità". L’ho portata in scena nel 2005.

D: Qual è l’espressione più adeguata per definire il "Teatro"? R: Non c’è, a parer mio, una definizione esaustiva per definire il teatro e a dire la verità non amo le definizioni, o le etichette. Racchiudere il senso di una cosa in una massima è una sorta di scappatoia, un esercizio di semplificazione, tanto caro alla nostra società. In questa realtà, fortemente estetica, che non si ascolta, si tende spesso a semplificare, per non approfondire, analizzare e quindi comprendere…questo insolito meccanismo, oggi l’uomo lo applica anche a sé stesso.

D: Quali sono, se ci sono ovviamente, i tuoi modelli di regia nel teatro e nella cinematografia? R: Per in teatro sinceramente, non posso dire di avere un modello unico di riferimento. Per quanto riguarda invece la cinematografia, attualmente un ottimo regista, a parer mio, è Clint Eastwood.

D: Quali sono i maestri del passato, da tenere sempre presente? R:Indubbiamente, del passato cinematografico recente, non posso fare a meno di pensare al maestro intramontabile, Stanley Kubrick.

D: Da cosa nasce la scelta di dedicarti al teatro e non alla cinematografia? R: La scelta nasce, come già detto, prevalentemente da una questione economica. Il cinema necessita di ingenti disponibilità di denaro. E’ anche vero però, che ho una particolare predilezione per il teatro "puro", dove la scenografia è essenziale, in modo tale da poter mettere in luce il più possibile gli attori, i veri narratori della storia. Gli stessi attori con le parole, i gesti, devono essere in grado di "raggiungere" lo spettatore, devono riuscire a trasmettere quel messaggio, che l’opera intende.

D: A proposito di cinema, potrebbe rientrare nei tuoi progetti-sogni per il futuro? R: Sì, esiste un progetto, l’idea è nata nella mia testa, al ritorno da un viaggio a Cuba. Dovrei riuscire a portare al cinema, un’opera teatrale di Abel Gonzalez Melo. Un testo che aveva scritto all’età di soli 18 anni. Di questa storia mi ha affascinato, lo stralcio della società che ne esce, una società dove non esiste grande spazio per l’onestà. Ho già fatto tradurre interamente il testo in italiano da un mio amico. Ho anche avuto la possibilità di conoscere Abel personalmente a Madrid, dove attualmente vive. Con la sua benedizione, il progetto dovrebbe andare a buon fine!

Ringraziamo Gaetano Ievolella per il tempo che ha voluto dedicarci, con l’auspicio che i suoi progetti futuri si realizzino al meglio.

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